mercoledì 30 gennaio 2008

Roberto Mistretta sulle orme di Camilleri


Il canto dell'upupa in libreria
Disponibile dal 31 gennaio, in tutte le librerie: "Il canto dell'upupa" , un'indagine del maresciallo Saverio Bonanno".

Leggi le prime pagine di "ll canto dell'upupa"
Aveva tuonato e pure un lampo aveva spaccato il cielo, illuminandolo di blu. La berlina si parò di fronte all'improvviso. Aspanu frenò d'istinto, con violenza rotò il volante contromano per evitare l'impatto, gli pneumatici morsero il terriccio ai bordi della strada tornata buia. La corsa della station wagon si arrestò in un appezzamento arato di fresco. Sassi bruni coperti da scaglie nere affioravano dalla terra grassa. Un secolare carrubo offriva le fronde a stelle e luna."Che minchia fai?" imprecò Aspanu scendendo dall'auto. Era furente ma le gambe si erano fatte di ricotta per lo spavento. L'imprecazione si assopì in gola, mentre il colpo gli arrivava dritto sparato ai reni, saliva per la spina dorsale e gli esplodeva nel cervello e negli occhi, milioni di scintille gli baluginarono innanzi mentre sputava lontano il respiro. Un secondo, violentissimo treno in corsa, si arrestò contro la punta dello stomaco. Le costole scricchiolarono, i polmoni compressi emisero sbuffi soffocati. Aspanu cadde per terra, disarticolato e senza fiato. La paura lo devastò quanto la sorpresa, mentre quasi morto si chiedeva chi fossero le due gigantesche ombre armate di pugni ammazzacristiani. E soprattutto, cosa volessero da lui."Figghi di garrusi che schifio volete?" riuscì a pronunciare con voce rotta.Nessuna risposta, respiro roco, la punta rinforzata di una scarpa calò a spaccargli labbra e denti, la luna gli riempì lo sguardo appannato, sembrò danzare in cielo e vestirsi di scarlatto, ma forse era soltanto il colore della sofferenza che lo stava mordendo. Lontano si udiva il latrare dei cani randagi. A volte nelle notti così i suoni di uomini e bestie si confondono.Il pestaggio durò a lungo. Aspanu svenne. Le corpulente sagome calarono sul suo corpo un'infinità di colpi sistematici. Smisero soltanto quando di lui rimase un groviglio sanguinolento di membra attorcigliate e piagate. Dalla bocca spaccata gli fuoriuscì un flebile lamento che nessuno raccolse. Anche i randagi si erano allontanati.Il più corpulento dei due aggressori disse: “La lezione ci bastò a questo carogna, piglia la macchina e filiamo".Mentre l'altro si allontanava a recuperare la berlina, l’omone sbottonò la patta, prese in mano il membro e indirizzò sulla faccia pesta e irriconoscibile di Aspanu un fiotto caldo e puzzolente. Aspanu aprì con enorme difficoltà gli occhi gonfi ad un dolore senza voce che urlava dentro ogni fibra del suo corpo, aveva una gamba ed un polso spezzati, sette costole fratturate e la bocca in poltiglia. "Intendimi bene pezzo di fango, se io e te ci avessimo a incontrare un'altra volta, non ti vattio con la mia pisciazza ma con l'acqua santa del parrino. Prima di fare il furbo con chi non dovessi, la prossima volta pensaci bono, ricordatillo" minacciò l'uomo continuando a orinargli in faccia.Fu l'ultima cosa che Aspanu udì prima di sprofondare nel mare liquido di carboni accesi che lo ustionavano, scorticandogli la pelle morbida e lasciandolo precipitare in un abisso ribollente di mani serrate a pugno che lo tempestavano da ogni parte. Anche l'incoscienza a volte può essere un incubo.Era stata una notte fredda, e a un certo punto gli era parso che avesse tuonato. Allora si era alzato e a piedi nudi era andato a controllare in camera di Vanessa. Nel silenzio, un respirare leggero, di piuma. Nonostante il temporale l’avesse inquietata da sempre, la bambina dormiva tranquilla. Merito di Ringhio, il setter né grigio né marrone che le aveva regalato qualche mese prima, prelevandolo direttamente dal canile di Vanni Lenticchio e issando bandiera bianca alle guerra senza esclusioni di colpi condotta da Vanessa, con la complicità della nonna. Fra sua figlia e il cucciolo era stato subito amore. Per lui era iniziato l’inferno. Laghi di pipì maleodorante, divani sfilacciati e pelo dappertutto, lo spettacolo che rinveniva ogni mattina al risveglio. E poi quell’abbaiare continuo che aveva inasprito i rapporti con i vicini e che gli faceva rimpiangere il giorno in cui si era lasciato commuovere dalla piccola furia. Anche la sera prima aveva avuto un battibecco con Vanessa. Il motivo era sempre lui: Ringhio. Nonostante la cuccia accogliente in giardino, la bestiola non la piantava di ringhiare finché non la lasciavano entrare in casa.Quella mattina il maresciallo Bonanno uscì di casa con la luna più storta di un chiodo massacrato. La lettura dell’oroscopo non lo aveva conciliato col mondo, anzi: “Giove rende problematici i rapporti con i figli; Nettuno quelli con fratelli ed amici, Urano provocherà grattacapi nell’ambiente di lavoro, soprattutto per i nati nella seconda decade”."Peggio di così" disse rassegnato dirigendosi alla Punto. Neppure a dirlo, era nato nella decade scalognata. Prese una sigaretta dalla tasca della giacca, l’accese e lasciò che il fumo gli solleticasse la gola mentre si infilava nella Punto e abbassava i finestrini. La luce abbagliava. Stilettate bianche che colpivano gli occhi, ti ci potevi perdere dentro, e facevano apparire surreali i contorni delle cose. Bonanno conosceva a memoria la strada che lo portava in Caserma, tutti i giorni le stesse curve, le stesse buche, le stesse case. Ma la monotonia dei gesti e del paesaggio non lo disturbava affatto. Anzi, quasi lo rilassava, gli lasciava tempo per sé, per caricarsi quel tanto che bastava per affrontare la rogna, o le rogne, che immancabilmente lo aspettavano.Saverio Bonanno era un abitudinario. Il secondo caffè del mattino lo consumava al bar Excelsior, nome importante per un buco di periferia che di eccelso aveva i cornetti fatti a mano, ripieni di cioccolato fondente, impastati e infornati dalla moglie del barista. Era una donna di scarse forme, un manico di scopa ricurvo, con gli occhi cerchiati e i capelli spaghi. Ma le mani erano sante. Sante mani che, quando toccavano, producevano pura grazia di dio. Con quelle dita legnose, la signora Maruzza preparava una cioccolata densa che serviva a farcire i cornetti lasciati a lievitare l'intera nottata. Era marrone, cremosa, profumata. Al primo morso, bucava il cornetto e zampillava fuori, se non stavi accorto ti inondava la bocca, colava sulla camicia e poi erano cavoli lavare via la macchia. Sua madre, donna Alfonsina, che di bucato se ne intendeva, aveva faticato mesi per far tornare come nuova la camicia bianca da cerimonia, finché si era arresa e Bonanno si era tenuto l’alone. Quando il maresciallo affondò i denti nella pasta ancora calda, provò sincera venerazione per l'inventore del cioccolato. Assaporò ogni boccone con calma, masticando piano, per evitare di concedersi il bis. "Il cafè non lo pigli stamattina Saverio?"Prima ancora di voltarsi, il maresciallo riconobbe la voce di Tonio, l'amico addetto al bancone della farmacia Cusumano. Era contento di vederlo."Due espressi belli scuri" ordinò il maresciallo. Notando lo sguardo sornione di Tonio, incollato al poco che rimaneva del cornetto, aggiunse: “Un cornetto per l'amico qua presente. Il mio caffè col dolcificante per cortesia” chiese, pentendosene subito.Tonio si rilassò. Bonanno intuì che era pronto per una delle sue solite battute e lo prevenne: “Se t’azzardi a ridere, ti sputo nella tazza” disse.“Io? Guarda che ti volevo solo informare che mi stanno arrivando delle pasticche portentose, ne mandi giù una al giorno e dopo due settimane sei un grissino".“Si dimagrisce sul serio?” chiese Bonanno. Negli ultimi tempi, complice una vacanza a Ustica, si era lasciato andare e non riusciva più a contenere la pancia, nemmeno con la divisa che di solito lo sfilava.“Certo, ingolli solo pasticche e nient’altro per tutto il santo giorno e oplà, il gioco è fatto. Ti sono concessi un pomo verde e due litri di acqua, mattino e sera. Cura neozelandese. Risultati garantiti, chili smaltiti non meno di dieci e ricovero in ospedale per riprenderti dal collasso".Se gli occhi di Bonanno fossero stati lupara, Tonio avrebbe ultimato di bere il caffè in compagnia di angeli e serafini. Risentito del tiro mancino, lo salutò appena e si infilò nella Punto, prendendosela con astri ed astrologi. Svanito l’effetto del cornetto, arrivò in caserma più torvo di come era uscito di casa e si preparò al peggio. Stando alle previsioni, Urano tramava annunciando discussioni coi colleghi. Non che i motivi mancassero. Anzi. Marcelli, il collega comandante di Stazione meno anziano di due mesi, non digeriva gli incarichi come comandante di Compagnia assegnati a Bonanno in assenza dell'ufficiale di comando. Come se a lui piacesse sobbarcarsi quelle rotture. Nella sua qualità di comandante del NORM, Nucleo Operativo Radio Mobile, già aveva abbastanza rogne, figurarsi ad avere sul groppone otto Stazioni sparse nella Montanvalle, con quelle strade poi. Per non parlare della guida del suo brigadiere capo Attilio Steppani, roba da arresto immediato, con la voglia di scaraventargli la chiave nel fiume Salito e chi s’era visto s’era visto. Il capitano Basilio Colombo, buon per lui, s'era maritato la caliente vedova che al posto della bocca teneva un ferro da stiro sempre acceso ed era stato trasferito ad Avellino. Ragione per cui Bonanno era stato di nuovo incaricato di sovrintendere la Compagnia dei carabinieri di Villabosco. Il colonnello Eugenio Latella, lo aveva rassicurato: “Tranquillo Bonanno, al massimo entro un paio di mesi il nuovo comandante sarà nominato e lei tornerà ad occuparsi solo del suo amato Nucleo Operativo”. Bonanno però portava in dote lo sbirrume pizzicantino e la puzza di arso l’aveva annusata subito, e s’era rassegnato. I movimenti degli ufficiali avvenivano in estate mentre il calendario segnava appena novembre. Si preparava un finale d’annata assai rognosa. Lo sentiva a naso.

domenica 27 gennaio 2008

Mangialibri intervista Antonio Messina

Come nasce la tua scelta di 'riscoprire' proprio la fantascienza come mezzo di espressione dei tuoi messaggi, delle tue idee, delle tue emozioni? In fondo è un genere letterario da sempre (ingiustamente) accusato di essere soltanto 'popolare', banale, infantilistico...
L’arte del raccontare, e la conseguente gioia del leggere, è in decadenza; la causa è certamente da ricercare nella crisi della ricerca dell’intimità interiore, che esce ogni giorno di più dal nostro costume per accordare la preferenza, sia all’interno delle mura domestiche, sia, soprattutto, nei luoghi di consumo del tempo libero, alla televisione, ai mass media in genere, agli spettacoli frivoli, che stordiscono l’uomo, svuotandolo spesso dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. La nostra educazione intellettuale, forse per una sorta di eccessiva fretta della storia, non ha trovato un passaggio sufficientemente ampio per evitare ai più un salto brusco, dalla vera cultura al fenomeno giornalistico, pubblicitario e cinematografico che tocca i sensi, ma sfiora appena i sentimenti e fa guerra all’immaginativa. Ha colto bene il nocciolo della questione una letterata francese, Jeanne Cappe: “I nostri contemporanei – scrive – non hanno fede se non in ciò che vedono; considerano l’immaginazione come la nipote povera della ragione, una nipote un po’ pazza e farneticante, riservata tutt’al più ai ragazzi”. Da qui parte la mia ricerca, il privilegio per un genere letterario che molti considerano di serie B, ma che secondo me ha prodotto una serie di capolavori… possiamo considerare scrittori di genere e dunque di serie B il grande Lem di Solaris, l’Orwell di 1984 e de La fattoria degli animali, il magnifico Asimov di Nemesis, il raffinato Clive Staples Lewis di Lontano dal pianeta silenzioso? E dove collochiamo, in letteratura intendo, Cronache Marziane del superbo Bradbury? Hai detto benissimo, David, la fantascienza è stata ingiustamente considerata un genere letterario popolare, banale, tranne poi accorgersi che J.R. R.Tolkien ha incantato con le sue storie milioni di lettori, che il maghetto Potter continua a far sognare… mi pare, e qui termino di argomentare, che la fantascienza non può più essere considerata letteratura di serie B, perché è esigenza, sogno, desiderio d’altrove, come il mito per gli antichi Greci… caduta l’immaginazione, l’anelito, il sogno, distrutta ogni utopia, resta la cruda realtà, ecco dunque l’urgenza di raccontare storie fantastiche, e così tracciare un ponte immaginario verso l’immortalità.

Un altro ingrediente dei tuoi libri è senza dubbio il richiamo alla mitologia classica. Ti senti un neoclassico, hai forse un rifiuto per la modernità (letterariamente parlando)?
Il mio è un ruminare di pensieri, di percezioni, di emozioni, sento la necessità di dover confessare, di dover urlare a tutti perchè si sappia, si aprano gli occhi, si ponga rimedio; oppure perchè si canti, si inneggi all’amore, si promuova “l’uomo del cuore”. Parto da una tragica constatazione: nel nostro mondo, luce e tenebre si combattono; fuoco e terra, caldo e freddo, amore e odio (secondo il modo di pensare dei filosofi presocratici) si scontrano, anche in noi stessi. Ne La Memoria dell’Acqua amaramente Thana (la protagonista femminile) dice: “La verità è che non riusciamo ad accettare la parte malata di noi; quanti segreti e orribili desideri agitano i nostri sogni, quanto odio coviamo. La ragione ci ordina di essere saggi, caritatevoli, buoni con il prossimo e invece tradimenti, guerre, ingiustizie, potere e denaro, carriera...”L’opera nasce, quindi, dal bisogno di dare una risposta ai problemi esistenziali, di comprendere la ragione del male, di trovare una soluzione agli affanni umani, provocati dalla tecnologia e dalla scienza. Così sentenzia Melibeo ne La memoria dell’acqua: “Gli uomini credono che solamente con la ragione si possa mutare il destino e, infine, annullare la morte ... pensano che il progresso porterà pace e prosperità ... Questi insani di mente non hanno immaginazione, sono solamente profeti del nulla. Io invece affermo che i mondi si costruiscono con la fantasia” E qui salta subito agli occhi ancora la “profezia” della letterata francese, Jeanne Cappe. Nelle mie storie c’è sempre un io narrante in profondo conflitto col mondo, di cui non sopporta la spietatezza, la competitività, l’odio, ma non è il mondo dei “vinti” di verghiana memoria… sì, è un canto di dolore, ma a questo si fa seguire la speranza. I “vinti” di Verga alla fine si lasciano travolgere dal destino, opponendo soltanto una dignitosa rassegnazione, gli “antieroi” delle mie storie, invece, cercano la rinascita in un mondo migliore, opponendo alla forza deleteria dell’intelletto, la forza del sentimento, dell’istinto, che trova nell’elemento primordiale dell’acqua la scaturigine dell’armonia, condizione essenziale della felicità. Da questa aspirazione nasce il bisogno di “altrove”. Di volta in volta il protagonista del racconto si proietta in un mondo fantastico, collocato fuori del tempo, oltre lo spazio, verso il mare, verso la sorgente della vita, in cui ritrovare il proprio stato di natura. Per Estasio, ne La memoria dell’acqua, questo mondo sarà Egretus, un pianeta magico da cui può partire.Sono un neoclassico?

I tuoi detrattori ti accusano di ermetismo, di scrivere in modo esoterico e poco comprensibile. Come rispondi?
Naturalmente rispetto, e lo dico sinceramente, pure coloro che definiscono la mia scrittura esoterica e poco comprensibile, ma non sono d’accordo con loro; in verità sono i lettori che li smentiscono, basta vedere le recensioni uscite sulla stampa e i commenti su IBS. La Memoria dell’acqua è stata recensita con note di eccellenza sulla stampa e riviste telematiche (pure su Mangialibri), e ha venduto un buon numero di copie in libreria, senza nessun supporto pubblicitario, grazie anche alla passione del mio editore, che ritengo una delle persone più oneste e intelligenti nel panorama delle piccole realtà editoriali. Non vado oltre nell’argomentare, un autore deve saper accettare le critiche quando sono supportate da solide argomentazioni, ma mi pare che i giudizi vanno in altra direzione, La Memoria dell’acqua continua a ricevere elogi, e se fosse davvero scrittura esoterica come affermano i miei detrattori, i lettori avrebbero subito demolito la raccolta di racconti. Stesso discorso vale per Le Vele di Astrabat, e qui di seguito riporto alcuni commenti dei lettori, tralasciando la stampa, che pure ha espresso giudizi lusinghieri; questo detto in assoluta umiltà, rispettando l’altrui pensiero, in questo caso quello dei miei detrattori:
Angela Betta Casale – Volevo farle i miei complimenti e anche quelli di molti amici che hanno letto il suo libro Le vele di Astrabat. Ha sicuramente conquistato una schiera di ammiratori.
Ivana – Un libro dal fascino sottile, pieno di dolcezza, ma anche di dolore, che vi colpirà al cuore e che vi costringerà a pensare e a rivedere, forse, qualcuna delle vostre convinzioni più radicate.
Renzo Montagnoli – Non ci sono forzature, né imperativi nel procedere del testo, ma solo una sottile pacata malinconia che induce ad accogliere a braccia aperte il messaggio filosofico che lo permea. Le vele di Astrabat è un’opera di elevato valore, da leggere, rileggere, assaporare prima con il cuore e poi con la mente.
Claudia Rossi – Un libro che parla di un sogno che può diventare un incubo. Un modo di narrare che commuove, ma mette anche a disagio, perché questi personaggi fantastici sono uguali a noi. Ha un che di scioccante, ma è bellissimo. Tanti complimenti a questo autore che non conoscevo.
Rosaria Chinnici – Non sono campanilista, ma questo autore, siciliano come me, mi pare straordinario, una mosca bianca tra i romanzieri moderni, freddi e spesso banali. Nel leggere il libro mi sono commossa fino alle lacrime.
Rosy Molteni – Scrivo questa recensione per consigliare a tutti il libro di Antonio Messina, di cui conosco bene le opere, che sono sempre un po' tristi, ma molto profonde e ci fanno pensare a come stiamo sbagliando ad agire, in modo tale da distruggere la natura e noi stessi.
Maria Festa – Struggente e commovente... un mondo terribile che fotografa quello che potremmo diventare... forse... proprio bello... complimenti ad Antonio Messina...
Elda Petralia – Questo libro è dolcissimo, ma tanto triste, e l'autore è stato una scoperta, per me che non ne conoscevo i libri. Bravissimo!
Gianni Vigorelli – È il terzo libro che leggo di Messina, perché sono un patito di fantasy e fantascienza: finalmente un italiano che non ha nulla da invidiare agli americani.
Giorgia Pasini – Sono Giorgia di Brescia. Questo romanzo me lo ha regalato mia cugina per il mio compleanno, l'altra settimana. L'ho letto di corsa per vedere come finiva, poi l'ho riletto con calma. E' una fantascienza filosofica che piace anche a me, che non amo la fantascienza, ma anche una storia d'amore. Comprerò anche gli altri due, anzi, me li farò regalare per Natale. Non riesco a credere che non conoscevo niente di Antonio.Come vedi i lettori hanno apprezzato l’opera, trovandola affascinante e comprensibile.

Che spazio ha e come riesce a ritagliarselo uno scrittore come te nel panorama letterario italiano?
Non saprei cosa rispondere, David. Dicono, gli esperti, che il mio genere, il fantasy filosofico e la fantascienza filosofica con contaminazioni mitologiche è un genere nuovo, forse ricorda Calvino in un determinato periodo della sua produzione, ma il paragone con il grande scrittore è improprio, nel senso che la grandezza di Calvino è smisurata, io ancora devo dimostrare il mio valore, devo 'farmi le ossa' come si dice solitamente. Comunque è un genere nuovo, una contaminazione fra fantasy, fantascienza e gotico, la ricerca di una letteratura che riscopra il mito, la leggenda, secondo la grande tradizione greca… dice Patrizia Garofalo che il rimandare La memoria dell’acqua a simbologie greche destinate ad una caduta degli Dei sembra riduttivo. Nel testo, Dei e mondi senza tempo scendono a terra, si incorporano in un laico panteismo e ci permettono di cogliere l’eternità dell’attimo che, proprio come tale, costituirà l’eterna traiettoria della vita… l’autore invece conferisce all’archetipo una veste meno consueta, affida al segno la capacità costante di esistere come “connotativo” e restituisce alla parola la comunicazione del cuore, del sogno, del meraviglioso, del sorprendente. È la parola, l’archetipo musicale che ci dona questo libro, la cura di essa come ritrovata madre… ricercata cantilena d’amore, come fotografia consumata dai sentimenti e dallo sguardo. E ogni volta, Antonio Messina, muore a se stesso… in un mondo che della parola non sa più cosa farsene, per volare ancora con essa… liberare le catene… esprimere un patto d’amore, di sincerità e di vita.

Raccontaci un po' la tua storia, la tua passione. Chi è davvero Antonio Messina?
Un uomo che fa fatica a vivere nel suo tempo, vedendone le brutture, un uomo che desidera elevarsi, implodere alla ricerca del significato dell’esistenza e della propria storia, un uomo che vaga smarrito, come altri uomini… Uno scrittore che vuole tentare tramite la parola di fornire una risposta ad un urgente bisogno di rifondazione del senso della vita in questo vuoto di sogni che è la contemporaneità, con la consapevolezza che la dimensione del sogno un giorno ci sarà restituita… Le mie storie nascono infatti dal bisogno di cercare il significato e il destino della vicenda umana, di comprendere la ragione del dolore e del male che imperversa ovunque, nascono da un irrefrenabile desiderio d'amore e d'armonia, di un'anima errante che tenta d'afferrare il sogno e la luce, comunque consapevole del misero destino terreno.

Quali sono gli scrittori ai quali guardi con maggiore attenzione?
Sono quelli citati in precedenza: Asimov, Bradbury, Lewis, Lem, per quanto concerne la letteratura fantastica, poi ci sono altri autori che non cito, sarebbe troppo lungo l’elenco.

Hai in programma di scrivere un romanzo lungo dopo racconti e romanzi brevi? Quale sarà il tuo prossimo libro?
Uscirà per i tipi del Foglio Letterario una raccolta di poesie nella collana diretta da Fabrizio Manini, con prefazione di Patrizia Garofalo… come vedi continuo nella ricerca, spaziando, cercando, sognando: sono davvero felice d’entrare nel mondo della poesia dopo due libri come La Memoria dell’acqua e Le Vele di Astrabat… dopo l’uscita dell’opera, mi prenderò una pausa, voglio leggere, ricaricarmi, riflettere e pensare; credo che lo scrivere sia una necessità, un’urgenza dell’anima. Sono restio a scrivere romanzi lunghi, tipo Il Signore degli Anelli per intenderci, preferisco scrivere romanzi brevi, ma non so spiegarti il motivo. Comunque stavo lavorando ad un romanzo diciamo lungo, i Suonatori di Cornamusa, ma durante la revisione del testo mi sono accorto che la storia non decollava, c’erano troppi elementi disomogenei, non riuscivo a far quadrare il cerchio, così ho deciso di attendere tempi migliori… le belle storia nascono all’improvviso, per volontà del fato, nascono spinte da forze travolgenti, qualcosa di mistico e assolutamente illogico… io vivo anche per questo, attendere in silenzio, e sperare che qualcuno possa suggerirmi la storia migliore, in fondo tutto è stato scritto e divulgato, il nostro compito è quello di trasformare i segni in parole, per lasciare, come diceva Arthur Conan Doyle, "gli altri un poco più felici di come li hai trovati". [david frati]

Mangialibri D Frati

Le vele di Astrabat
in

Antonio Messina Il Foglio 2007
Un uomo e una donna passeggiano sulle rive di un mare lontano, sconosciuto. Lui la ama da anni, lei - che si chiama Niral - ricambia con una tenerezza venata d’ombre. Sfidando la sottile gelosia di Niral, Otlan le racconta due storie tratte apparentemente dal suo passato. Nella prima, un supercomputer viene trasferito sul remoto pianeta Astrabat per analizzare l’ambiente e carpire il segreto dei venti che soffiano nei deserti, capaci di rigenerare le cellule e donare l’immortalità. Ma Astrabat muta anche il computer, che aquisisce una coscienza (ora si chiama Neilos) e persino dei sentimenti. Nuove spedizioni seguono la prima del 2136, nuovi coloni si stabiliscono su Astrabat (tra i quali il narratore), e Neilos diviene una entità ingombrante, perché serba il segreto dell’immortalità nei suoi circuiti. Un segreto che una donna di nome Neha potrebbe raggiungere non grazie a chissà quale perizia informatica, ma con l’amore che la intreccia a Neilos. Nella seconda, due viandanti (uno si chiama Ghazal, l’altro si chiama Orisch) si accampano sulle rive di un fiume: qui, notte dopo notte, strani Cerchi luminosi senzienti appaiono nell’aria. Orisch deperisce a vista d’occhio, quasi come fosse avvelenato, e l’altro uomo viene contattato dal cerchio-femmina Atzelil, che gli racconta strane storie di mondi paralleli e lo invita a oltrepassare la soglia che lo porterà alla Città del Silenzio...Dopo il sorprendente esordio de L'assurdo respiro delle cose tremule e la sontuosa conferma de La memoria dell’acqua, Antonio Messina torna con un’opera terza che registra non poche significative novità: allo stile unico dell’autore (un tellurico mix di fantascienza classica, romanzo filosofico, mito greco, stilemi della poesia) si aggiunge l’ingrediente del romanticismo, e gli episodi narrati diventano frammenti di un unico plot, che nel finale si chiude a cerchio. L’anelito di Messina verso l’assoluto, l’infinito, l’iperuranio qui si fa più marcato, quasi doloroso, e la vicenda è punteggiata da un ossessivo ricorso a dialoghi sfibranti come solo quelli tra innamorati sanno essere. Malgrado si confermi la sensazione - già avuta, e forse con maggior forza, dinanzi al precedente libro di Messina - di trovarsi davanti a una delle proposte più originali del panorama letterario italiano, Le vele di Astrabat non è certo immune da imperfezioni: una certa cripticità nella trama, che a tratti si dipana in modo un po’ faticoso ed è di certo poco intelligibile per i lettori non esperti, una sottolineatura forse troppo marcata del registro ‘rosa’, una netta prolissità dei dialoghi. Ma l’atmosfera malinconica da Cronache marziane della prima parte e il sapore quasi lovecraftiano della seconda valgono da soli il ‘prezzo del biglietto’. [david frati]

sabato 26 gennaio 2008

Coppie diaboliche di Gordiano Lupi e Sabina Marchesi

Gordiano Lupi e Sabina Marchesi
Coppie diaboliche
dal delitto di Marostica al giallo di Omegna. 34 casi di «crimine a due». 1902-2006 13,0x21,0 - 248 pp. – Euro 16,50


PER ORDINARE DIRETTAMENTE DAL SITO DELL'EDITORE:
http://www.edolimpia.it/libro.php?codice=5180801

LIBRERIE FIDUCIARIE OLIMPIA DOVE TROVI PIU' FACILMENTE IL LIBRO:
http://www.edolimpia.it/data/pdf/librerie.pdf

COPPIE DIABOLICHE di Lupi & Marchesi raccoglie numerose storie, lontane nel tempo e nello spazio, di coniugi, amanti, omosessuali, fratelli, padri e figlie dall'apparenza irreprensibile, ma capaci di gesti atroci, anche ripetuti ossessivamente nel tempo, fini a sestesi. Dal delitto di Maristica dei primi del Novecento ai mitici Bonnie e Clyde, per giungere al caso Bebawi, e infine, ai giorni nostri, a Marc Dutroux, il mostro di Marcinelle, a Erika De Nardo e Mauro (Omar) Favaro, senza dimenticare la coppia Mambro-Fioravanti, Christine e Lèa Papin... Un viaggio attraverso i crimini di coppia del secolo appena trascorso, manifestazioni di follia a due che si svuotano di ogni connotazione romantica per concretizzarsi in atti spaventosi e incontenibili, sfuggenti a ogni tentativo di comprensione e classificazione.
Incontri fatali che sconvolgono un destino, anzi due. Con conseguenze tragicamente cruente. Quando si forma una coppia, il suo futuro, si sa, è imprevedibile. Certo, lo è per ogni singolo individuo, ma se questi ha un equilibrio fragile, che può essere sconvolto da un momento all'altro da un'emozione violenta o da un evento improvviso, e incontra l'anima gemella che gli corrisponde perfettamente, allora il domani non è soltanto incerto. Si può formare un'unione assurdamente esclusiva, indifferente alla realtà che la circonda, percepita come ostile, può manifestarsi quella parte di noi tutti celata, oscura, rimossa, che, perduti i freni inibitori, compie il gesto criminale, la violenza inaudita, l'assassinio efferato. I criminologi sostengono che "quando due soggetti si uniscono in coppia per commettere un atto delittuoso non si verifica una somma degli addendi bensì un prodotto, le componenti singole vengono amplificate all'ennessima potenza".
Gli Autori
Gordiano Lupi
è nato a Piombino nel 1960. Direttore editoriale delle Edizioni Il Foglio Letterario. Collabora con la casa editrice Profondo Rosso di Roma. Per l’Editoriale Olimpia ha pubblicato Serial killer italiani. Cento anni di casi agghiaccianti, da Vincenzo Verzeni a Donato Bilancia (2005). Altri suoi lavori recenti sono: Nero Tropicale (Terzo Millennio, 2003), Cuba Magica – conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Cannibal – il cinema selvaggio di Ruggero Deodato (Profondo Rosso, 2003), Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura (Stampa Alternativa, 2004), Orrore, erotismo e pornografia secondo Joe D’Amato (Profondo Rosso, 2004), Tomas Milian, il trucido e lo sbirro (Profondo Rosso, 2004), Nemici miei (Stampa Alternativa, 2005), Le dive nude - il cinema di Gloria Guida e di Edwige Fenech (Profondo Rosso, 2006), Il cittadino si ribella: il cinema di Enzo G. Castellari - in collaborazione con Fabio Zanello - (Profondo Rosso, 2006), Filmare la morte – Il cinema horror e thriller di Lucio Fulci (Il Foglio, 2006), Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe (Il Foglio, 2006), Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Sexy made in Italy – le regine del cinema erotico degli anni Settanta (Profondo Rosso, 2007), Commedia sexy all’italiana (Mediane, 2008). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it

Sabina Marchesi è nata a Roma. Giornalista, scrittrice e studiosa di criminologia, è curatrice della Guida GialloNoir e FantasyFantascienza del network Dada Supereva, collabora con numerose testate, portali e riviste. Ha pubblicato i volumi Sexy Trhiller, con Claudia Salvatori, Il libro dello scrittore. Manuale pratico di scrittura e consigli per scrittori esordienti, con altri autori. Suoi racconti sono compresi nell’antologia Colpi di scena e in Dizionoir. Noir, thriller, spy story e zone limitrofe. La più completa guida agli autori e alle storie dell’inquietudine. Vive a Roma.

domenica 20 gennaio 2008

In fondo ogni uomo è una pietra...

Sacha Naspini
I sassi
Edizioni Il Foglio

“In fondo ogni uomo è una pietra, a suo modo. Ogni vita lo è. Le vite sono come i sassi, rotolano una accanto all’altra, cozzano, si rompono in frammenti; e i frammenti si scontrano con altri frammenti… Ogni vita è ricordo e possibilità di un’altra vita. Una vita può raccontare altre vite, o esserne il riassunto. Riassunto di un’identità, dove si capisce cosa porta qualcuno alle proprie scelte, cosa le comanda, se davvero esiste un libero arbitrio al di là del vortice dove ogni giorno ruotiamo di moto proprio, sulla spinta di altri moti che ci hanno toccato prima, che ci toccheranno…” Spesso si considerano i noir romanzi di pura evasione, ma mai si pensa di associarli ad altri non di genere e che per qualità rientrano di diritto nella buona letteratura. Penso che questa omissione dipenda dal fatto che la trama è spesso, per non dire quasi sempre, l’elemento essenziale dell’opera, mentre altri aspetti, comunque importanti, sono meno curati, quando addirittura trascurati. Non è così per I sassi, di Sacha Naspini, che non voglio considerare un semplice noir, pur essendo presenti tutte le caratteristiche di questo genere, in una storia complessa che se parte lentamente poi accelera gradualmente al punto da tenere letteralmente incollato il lettore. E del resto della vicenda non intendo parlare, di questa storia narrata in epoche alternate e con una conclusione degna di un maestro della penna. Quello che invece mi preme evidenziare è l’aspetto letterario dell’opera, perché c’è qualità, e non poca, nelle 149 pagine di questo romanzo, aspetto tanto più rilevante ove si consideri la giovane età dell’autore, nato nel 1976. Alla base c’è una formazione culturale di tutto rispetto che consente di esprimere concetti non facili con apparente semplicità e mi riferisco in particolare alla figura complessa della protagonista, intorno alla quale è poi costruito l’intero canovaccio. Infatti ci sono alcune pagine che definirei prioritarie per l’opera e sono quelle in cui lei parla di se stessa al suo interlocutore, per il momento sconosciuto, e nelle quali si delinea sapientemente la sua personalità di bimba adottata che sa di non essere la figlia naturale dei genitori legittimi. Questo stato di appartenenza e di non appartenenza alla famiglia che la ospita, la sua proiezione del senso di solitudine sono pagine di autentica elevata letteratura. L’autore ben sapeva che quella parte del libro era determinante per reggere tutta l’impalcatura della vicenda, una sorta di fondamenta, e infatti non ha risparmiato negli elementi di sostegno, con una caratterizzazione di pregevolissima fattura. Mi corre anche l’obbligo di evidenziare come l’atmosfera sia stata oggetto di attento studio e che i risultati al riguardo raggiungano livelli di eccellenza, nonostante le evidenti difficoltà di trattare di epoche diverse, di più luoghi e di situazioni, che, pur concatenate, trovano giustificazione in quanto accaduto anni prima. La vicenda, come ho già detto, è complessa, la protagonista e anche altri personaggi sono complessi, perché in fondo un essere umano è l’unione di tanti elementi, di qualità e di difetti, di atteggiamenti e di intimi convincimenti. In questo senso Naspini ha delineato delle figure vive, reali, che animano, quasi autonomamente dal suo creatore, l’intera trama. Questa quasi assenza dell’autore, che riesce a essere presente senza che ci si accorga, unita alla capacità di fornire indicazioni non elaborate degli ambienti e delle situazioni consente al lettore di avere una visione propria, di sviluppare la sua creatività, facendolo diventare partecipe. Non è un caso, infatti, se la lettura delle prime pagine, essenziali propedeuticamente, è stata lenta, ma poi è tale il senso di progressiva attenzione, quasi una crescente e ossessiva necessità di conoscere, di scoprire, che il testo viene quasi divorato. Non si riesce insomma a staccare gli occhi dal libro, con una fretta e un’ansia di arrivare in fondo, a quella pagina 149 che, girata, e bianca sul retro, ci fa provare il rammarico di essere giunti al termine. Allora interviene una pausa di riflessione e ci si ricorda che c’è ancora qualche cosa da leggere, quella prefazione spesso trascurata e che nel caso specifico porta la firma di Walter Serra. Si tratta solo di una paginetta più qualche riga, dove si trova conferma delle sensazioni e delle emozioni, ancora vive e forti, provate durante la lettura del romanzo. Non c’è un moto di delusione, ma si è contenti di trovare conferma, in altra persona, del giudizio ampiamente positivo. Non è finita, però, perché nel foglio successivo è riportata una frase di Daniele Boccardi che dà tutto il senso all’opera, qualora non fosse stata compresa nella sua globalità: “Un bambino non è mai tutto suo padre. Anche questo è un passo avanti (Genetica).”Leggete questo romanzo e capirete anche perché questa frase non è stata messa lì a caso, tanto per giustificare una pagina in più.
I sassi - Sacha Naspini - Edizioni Il Foglio - Collana Autori Contemporanei Narrativa - Prima edizione 2007 - 160 pagg. - ISBN: 978-88-7606-159-2 - Euro 12,00
di Renzo Montagnoli

giovedì 10 gennaio 2008

Le Vele e la Memoria Bologna 15 Febbraio

Comune di Bologna Quartiere Navile
Biblioteca Lame


Venerdì 15 febbraio alle ore 18
Presso il centro sociale Croce Coperta
Via Papini, 28 Bologna

Aperitivo letterario a cura della Biblioteca Lame del Quartiere Navile
Nell’ambito della rassegna di editori indipendenti “Io sono mia”

Incontro con l’autore Antonio Messina
Presenta Patrizia Garofalo
Alcuni brani da “La memoria dell’acqua” saranno messi in musica al pianoforte dal maestro Glauco Rosignoli e interpretati da Daria Cicognani.

Per la Rassegna di Case Editrici Indipendenti
La Memoria dell’Acqua
La memoria dell’acqua, la vita che scorre lentamente, la vita che nella ragione a volte si confonde, la vita che ha bisogno dei sogni e dell’immaginazione, la vita che non aspira alla perfezione, ma che da essa rifugge. La memoria dell’acqua, la nascita di tutte le cose, il trasformarsi, il divenire pensiero e turbamento, per poiritornare nell’esatto punto di partenza, e da lì cominciare un altro percorso, fino alla fine. Istinto earmonia, con la ragione a equilibrare, laddove c’è necessità.
Le Vele di Astrabat
I quattro elementi, Aria, Terra, Acqua e Fuoco si uniti per ricreare l’armonia dell’universo, ma ci fu un intoppo… gli elementi pesanti formarono le Terre del Sole Pallido, gli elementi leggeri invece unendosi diedero vita alla Città del Silenzio, i Cerchi di Luce Energetica. Esisteva un confine ancora inesplorato, materia e energia a cercare l’unione perfetta… poi Atzelil tentò di varcare la zona di confine per completare il suo ciclo; era solo energia ma voleva contaminarsi con la materia ed amare: fu l’inizio della tragedia…..