martedì 26 febbraio 2008

Canti Celtici di Renzo Montagnoli

Canti Celtici
Renzo Montagnoli
Edizioni il Foglio Letterario

C’è affinità tra l’idioma poetico di Renzo Montagnoli, e quella sorta di dimensione sospesa, la voragine di dolore che ammutolisce il canto della nostra anima, un’esigenza che prelude alla catarsi, intesa come impresa necessaria dell’uomo per definire un suo nuovo ruolo tra le “nozioni” del mondo. Canti Celtici si distingue per elementi e linguaggi oggi desueti nella poesia moderna…il canto del poeta è intriso d’ordine è immutabilità, elementi intesi come necessità di fermasi a riflettere sulle brutture della storia, una sorta di condanna per l’uomo, che così non riesce a fermare e riprodurre due volte la stessa azione nel tempo ordinario, anzi ne viene fagocitato e con lui parte dei suoi pensieri, un dramma ancestrale, nato con l’uomo, una desolante unità di tenebra che converge spietatamente con il triste destino dell’universo. Molte critici dell’opera di Montagnoli, hanno paragonato la natura dei versi ad elementi di linguaggio che ricordano rarefatte atmosfere celtiche, appunto canti, leggende, mitologia, tradizioni, magia. Montagnoli è poeta alla ricerca di eden perduti, s’affida al verso per liquefare la rabbia, elabora gorgheggi per vociare- in un sussurro mutilato- la decadenza del nostro mondo, e ricordare che la storia ha prodotto anche mirifiche visioni, utopie, liberando l’anima, quasi a racchiuderla nel passato, soffocando così in apparenza ogni possibilità di bellezza futura,( ma il suo poetare è anelito di trasformazione, dunque non negazione, ma ricerca di nuovi venti) come se l’uomo dovesse, suo malgrado costruire ancora tenebra, perpetuando il male: cacotopìa sarebbe il termine riconducibile al pensiero di Montagnoli. Si potrebbe discutere-io naturalmente mi metto subito al riparo da eventuali critiche, sono creativo e dunque perdente è illuso, e modesto nell’indagine del verso altrui- sulla necessità del poeta di tracciare linee di pensiero così forti, e ricordare comunque ( gli avvoltoi scenderanno in picchiata sulle carogne) che l’agire dell’uomo contemporaneo ha prodotto nefaste gesta, e dopo le gesta, pensandoci bene, non sono rimaste altro che macerie, pezzi d’esistenza che vagano senza fissa dimora: basterà infine dare un’occhiata a come siamo ridotti, noi uomini s’intende, e trarne le dovute conclusioni. E’ suggestione, catarsi, la poesia di Montagnoli, anelito e speranza, desiderio d’appartenenza ad un mondo oramai obliato, perduto tra le onde di un oceano oscuro, ed allora, ecco svelarsi l’esigenze di riscrivere il presente, partendo da un altro passato, un’operazione a prima vista insana e folle, ma che ha una sua logica. Per come io intendo la critica letteraria, pur ammettendo i miei limiti, nella visibilità mediocre che i miei occhi hanno dei tratti dell’esistenza, non potrei offrire altre analisi su questo eccellente cantore, tranne abbandonarmi ai suoi versi, operazione che forse permetterà di attraversargli l’anima e le parole, attraversarla, con consapevole abbandono. Non sono io il cantore, mostrare non devo, nè ho nulla da farmi perdonare; canto, dopo aver ascoltato un altro canto, e se emozione mi ha attraversato l’anima, allora di questi versi, di questi canti non saprei scrivere in altro modo, tranne usare in epilogo le parole del poeta:

Oramai quelle ossa son polvere,
impalpabile come il ricordo
che ci illuderemo di lasciare
ai posteri già nati senza memoria.


Antonio Messina febbraio 2008

domenica 24 febbraio 2008

Il Resto del Carlino e Repubblica


RASSEGNA DI EDITORI INDIPENDENTI "IO SONO MIA"

VENERDI' AL CENTRO SOCIALE CROCE COPERTA INCONTRO CON ANTONIO MESSINA

Venerdì 15 febbraio, alle ore 18, al Centro sociale Croce coperta, via Papini 28, nell'ambito della rassegna di editoria indipendente "Io sono mia", si terrà un evento musicale/letterario con la presenza del maestro Glauco Rosignoli, storico accompagnatore di Ornella Vanoni. Protagonista dell'incontro Antonio Messina, autore di "La memoria dell'acqua" e "Le vele di Astrabat".

Nel corso dell'incontro il maestro Rosignoli accompagnerà al pianoforte Daria Cicognani che leggerà alcuni brani tratti da "La memoria dell'acqua".

Organizzazione evento Biblioteca Lame-Monica Matassini

Presenta Patrizia Garofalo

lunedì 11 febbraio 2008

Intervista a Patrizia Garofalo

Dare voce al silenzio (Edizioni Il Foglio, 2007)

a cura di Alberto della Rovere

(data di inserimento: 15 gennaio 2008)
Patrizia Garofalo (per gentile concessione di Lankelot.eu)




Domanda: Incipit prevedibile ma ineludibile: le sue influenze letterarie (poetiche e, se del caso, prosaiche).

Garofalo: Montale e Borges

D: L’elemento “acquatico” (i.e.: mare, pioggia…) che emerge dalla lettura della raccolta: possiamo intenderlo come liquido amniotico per chi scrive, a ripercorrere il proprio “io” come bisogno (fisico) di preservare un rapporto intimo con la propria origine?

G: no mare come amore per il mare. come spazio come catarsi come naufragio……………..come porto come specchio…….

D: La sua è poesia da intendersi come diario offerto al lettore, ovvero una sorta di (dovuta) auto analisi e catarsi?

G: quando scrivo è autoanalisi quando stabilisco di pubblicare è perché l’altro si possa riconoscere e sentire. nelle parole mie. mettendoci i suoi colori e sue emozioni quindi trasfigurare la motivazione personale di inizio… non ci sono date né titoli appositamente. la mia vita le inizia solamente..non le conduce fuori del libro

D: Condizione necessaria il silenzio, per sé prima che per gli altri: bisogna morire a se stessi per redigere parola poetica, in quanto poietica risposta, ri – creazione di un io (affettivo ed ex – sistenziale)?

G: "bisogna morire a se stessi…" ultima lettera di Van Gogh al fratello Theo da Londra Il silenzio nelle sue sfumature e accezioni è il nucleo centrale del testo. fare silenzio è ascoltare e ascoltarsi……il silenzio stesso a sua volta porta voci…….

D: La scelta di un lessico studiato ma essenziale risulta obbligo funzionale al testo? Ovvero: esprime una predilezione personale per la “semplicità” di certa lirica a tratti quasi minimalista, non troppo frequente nella tradizione italiana?

G: le cose non necessitano di ampie parole… sono sintetiche ed essenziali… come la verità dei sentimenti. in genere parlo anche così. poco ma forte

D: Quale il senso dell’importanza dei molteplici riferimenti agli elementi naturali (biologici e meteorologici, in primis) nella sua lirica? In che senso la fisicità è “assordante” (cfr. p. 101)?

G: è la polivalenza della parola silenzio……… il silenzio può far impazzire. di dolore e di gioia…………..grazie di aver pienamente centrato…………………

D: Rimane, oggi, un motivo per dare voce al silenzio dove sembra dimorare (auto confinatasi?) la poesia? Ossia, ricordando Martin Heiddeger, tale silenzio può costituire un approdo?

G: dare voce al silenzio approda alla ricerca di una comunicazione diretta, vera reale……………..fuori dall’ovvio……… superamento delle contingenze banale. espressione di crescita o percorso da seguire e non solo nella poesia anche nella storia di tutti i giorni…………… siamo noi con il silenzio inteso come non parlato a sconfiggere il dono della vita è il nostro emozionale che non dobbiamo comprimere.

È evidente come in questa nuova raccolta di poesie l’Autrice fa ricorso ad una anomala forma di diario, cioè attua una precisa notazione della sua vita interiore. Del resto, in questo diario, Patrizia Garofalo non esalta la sua coscienza, ma dentro lo spazio immaginario della sua opera d’arte, la scrittrice conserva la libertà del suo «io». […] Come appare evidente, essa prova un’estrema riluttanza a disfarsi di sé, a vantaggio di quella potenza neutra, senza forma e senza destino, che è dentro in tutto ciò che si può scrivere; ripugnanza e apprensione rivelate dal bisogno, proprio di tanti autori, di redigere quello che essi chiamano come una forma di diario. (Dalla Prefazione di Attilio Mauro Caproni).



Patrizia Garofalo, nata a Camerino (Macerata), vive ed insegna a Ferrara. Laureata in Lettere classiche a Urbino, con una tesi su Gabriele d’Annunzio, pubblica con “Le edizioni Il foglio” la sua quinta raccolta di poesie, comprensiva di prefazione redatta da Attilio Mauro Caproni: “Dare voce al silenzio”.
L’ossimoro del titolo, che si ritrova, in nuce, nei versi, è indice di una poesia che dà voce al silenzio della quotidianità, consegna di esperienza vissute al “non tempo” della memoria, quasi a guisa di “testamento scritto dalla follia … una pagina di diario che lascia l’anima depositata blindata marchiata a fuoco” (cfr. p. 109).
La lirica sottolinea, più volte, l’importanza della persona (fisica) che la redige, testimone lucida, eppure, in limine, esperita come altra da sé (cfr. p. 41: “tutto appartiene sempre a un’altra”); le parole sono frutto di una letterata magari “incompiuta” (cfr. p. 13), ma donna emotivamente viva, ricercatrice attiva, consapevole della vis redentrice della parola po(i)etica.
Il verso si offre al lettore libero, il linguaggio: meditato, conciso e preciso, il lessico comprensibile, graziato da aggettivazione sobria, dono di una poesia mai prolissa ma, emotivamente, partecipe, a livello formale, del contenuto, trasposto, sovente, in veste trasognata ed onirica.
Per chi affronta il testo è evidente l’importanza assunta dagli elementi definibili “naturali”: dal fluire delle stagioni, all’acqua (la pioggia; il mare, dolorosamente opposto a cielo e terra, “irrimediabilmente divisi”, cfr. p. 95), intesa, presocraticamente, come elemento primigenio (cfr. p. 85: “cerco le mie origini nell’acqua”). Inoltre, incontriamo frequenti rimandi a semantica di matrice floreale e biologica (pelle, sangue, capelli, sudore, lacrime, respiro…), evidenziati in quanto viventi, sovente dai tratti dolorosi, fino a definire la “fisicità assordante” (cfr. p. 101): pertanto, irrisoluta al silenzio cui si propone di dare voce.
È essenziale evidenziare la cura, non solo estetica, dell’elemento fonetico, posto a servizio del verbum (cfr. p. 33: “lutto muto”), fino all’ossimoro eponimo della collezione (ancora, cfr. p. 33).
Il ciclo di nascita e declino di elementi, situazioni, affetti rinnova il dualismo classico di amore e morte, quand’anche la parola possa presentarsi, nell’altro da sé, non come liberazione, bensì come “prigione” (cfr. p. 79). Tutto, peraltro, in nome di quella Bellezza, ultimo nume tutelare, la quale, per l’Autrice, risulta “contemplato idolo oltre il tempo” (cfr. p. 13), cui dare spazio, nella eletta a – temporalità della Parola, depositaria, senza destino, della (silente) testimonianza del quotidiano.

domenica 10 febbraio 2008

Il canto dell'upupa... di Gordiano Lupi

Roberto Mistretta
Il canto dell’upupa

Cairo Editore - Pag. 260 euro 15
di Gordiano Lupi
Roberto Mistretta è uno scrittore italiano che ha avuto successo in Germania prima di poter essere pubblicato da un grande editore italiano. Il canto dell’upupa era già uscito in Italia per il piccolo editore siciliano Terzo Millennio nella collana L’Olivo Saraceno, come seconda avventura del maresciallo Bonanno dopo Non crescere troppo (secondo al Premio Fedeli per il miglior poliziesco dell’anno). Adesso esce per Cairo e viene presentato come il primo di una serie di noir che hanno come protagonista il maresciallo dei carabinieri Saverio Bonanno. Roberto Mistretta è padrone dell’arte di raccontare con semplicità, passa dalle storie per ragazzi al giallo e affronta pure problemi sociali di grande rilevanza. Mistretta costruisce le storie partendo dal sociale e da un’accurata analisi della realtà, il racconto non è mai fine a se stesso, ma racchiude un messaggio importante. Il canto dell’upupa è un romanzo sulla piaga della pedofilia. L’argomento è delicato, ma l’autore lo affronta senza abusare di toni crudi e particolari scabrosi, ma al tempo stesso senza cadere nel patetico. Mistretta fa intuire le nefandezze che accadono e preferisce una strada letteraria alla facile scorciatoia del mostrare a piene mani, se fosse un regista di cinema non sarebbe un Joe D’Amato e nemmeno un Lucio Fulci, ma un ottimo Pupi Avati. L’impacciato e umano maresciallo Bonanno risolve il mistero seguendo le tracce di un ragazzino e di un’upupa, terribile sigla dalle antiche suggestioni letterarie dietro la quale si nasconde un’organizzazione di turpi individui. Le parti più riuscite del romanzo sono quelle in cui il bambino parla in prima persona e confessa le sue paure. Troviamo brani di pura poesia, cose come “l’upupa continuava a nutrirsi della paura di Marcellino” che fanno sopportare la struttura da giallo classico. Il canto dell’upupa è anche una storia del terrore, perché la spirale nella quale viene avvolto il maresciallo Bonanno, mano a mano che la tela del mistero si dipana, non è certo tranquillizzante. Le parti in cui il bambino scrive cose orribili nei compiti di scuola sono narrativa horror di alto livello e il lettore ne esce sconcertato. Da notare un ottimo uso della lingua siciliana, sulla scia di Camilleri, che rende i personaggi più concreti e credibili. Roberto Mistretta è un allievo di Camilleri, ma la sua narrativa risulta più fruibile perché l’uso del dialetto è limitato a termini di facile comprensione. La storia, inutile dirlo, tiene incollati al libro.

mercoledì 6 febbraio 2008

Coppie Diaboliche su RADIO 2

Giovedì 7 febbraio
Gordiano Lupi
intervistato da Gianfranco De Turris
sul RADIO GIORNALE 2
Ore 7.30 - 8.30
Gordiano Lupi e Sabina Marchesi
Coppie diaboliche
dal delitto di Marostica al giallo di Omegna. 34 casi di «crimine a due
». 1902-2006 13,0x21,0 - 248 pp. – Euro 16,50

lunedì 4 febbraio 2008

Books Blog Orrori Tropicali: intervista a Gordiano Lupi

Orrori tropicali: intervista a Gordiano Lupi
fantasy narrativa italiana

Vampiri. Preti satanici. Magia nera. Zombie. Il tutto sotto il sole dei Caraibi, che ustiona come le fiamme dell’inferno. Di questo e molto altro narra Orrori tropicali. Storie di vudù, santería e palo mayombe, raccolta di racconti scritta da Gordiano Lupi e appena pubblicata dalle Edizioni Il Foglio.
BooksBlog ha intervistato l’artefice di cotanto orrore.

Le giuro che in passato ho provato a capire cos’è la santería, ma niente. Me lo può spiegare in due parole?
Mica è facile! Ho impiegato un libro (Cuba magica, Mursia, 2003) per spiegarla…
Per favore Lupi, non faccia il prezioso.
Ok, ci provo. La santería nasce nella Nigeria sud occidentale, patria degli yoruba, che in pieno XVII secolo vengono deportati nel Nuovo Mondo come schiavi. Gli africani trasferiscono a Cuba una pittoresca mitologia composta da divinità (orishas) che ricordano gli dei dell’Olimpo, perché sono un coacervo di vizi e difetti umani. A Cuba il tratto fondamentale della santería è una commistione e identificazione della mitologia lucumí col cattolicesimo dei dominatori spagnoli.
Sta dicendo che la santería è un misto tra paganesimo e cattolicesimo?
È un cattolicesimo sui generis, che nasce da una necessità: per continuare a pregare gli orishas nell’America spagnola, bisognava ribattezzarli coi nomi dei santi cattolici. Così i riti magici yoruba andarono progressivamente a fondersi con le tradizioni della Chiesa cattolica. Quei santi che servivano inizialmente solo a mascherare la realtà di un culto che viene dall’Africa, adesso sono una cosa sola e inscindibile con i rispettivi orishas.
E Ratzinger è contento?
La Chiesa cattolica deve chiudere un occhio se vuole farsi accettare, perché a Cuba non è possibile prescindere dalla tradizione. Ed è quello che sta facendo, proprio come il regime comunista, che per impostazione culturale è ostile a ogni culto religioso.
Lei crede nella magia cubana?
Proprio per niente.
Eppure la Chiesa cattolica afferma con certezza dogmatica che la magia nera esiste, ed è da temere.
Sono scettico su magia bianca e nera, come sono scettico anche nei confronti della Chiesa cattolica. Non faccio differenze…
Infatti i suoi racconti horror sono più che altro racconti sociali.
Sì, direi che i miei racconti sono poco horror e molto sociali. Scrivo storie del mistero ambientate a Cuba. Non è difficile conciliare santería e vita quotidiana, perché i cubani vivono in mezzo a questa realtà da sempre.
Ma è vero che Fidel Castro è stato visto dalla santería cubana come reincarnazione del dio della giustizia Obatalà?
Non mi risulta.
Lo sostiene Francesco Dimitri in Comunismo magico, Castelvecchi, 2004.
Io so che Fidel Castro ha osteggiato la santería sin quando ha potuto. Nel 1959 è iniziata una lunga notte per i culti religiosi a Cuba, e la santería non ha fatto eccezione.
Allude al momento in cui la Rivoluzione cubana si avvicinò al comunismo e all’ateismo sovietico?
Sì, e molti religiosi vennero rinchiusi nelle famigerate strutture per antisociali chiamate UMAP. Poi, nel 1985, uscì il libro intervista Fidel y la religión nel quale il lider maximo legittimò i culti e confessò a Frei Betto che Cuba è terra di religiosità diffusa.
Infatti la Costituzione cubana del 1992 parla di libertà di coscienza, religione, culto e ateismo.Se soltanto la metà delle cose scritte fossero vere sarebbe un articolo da Stato democratico più avanzato del nostro, perché ammette esplicitamente la libertà di ateismo. Purtroppo molte enunciazioni restano mere dichiarazioni di principio, perché a Cuba non esiste nessuna libertà di esprimere il proprio pensiero.
Chi è il lettore-tipo di Orrori tropicali?
L’amante del fantastico e del mistero, ma pure chi si appassiona alle storie che raccontano civiltà sconosciute, usanze diverse dalle nostre, ambientate in scenari esotici. Credo che pure chi ama Cuba può leggere con piacere questo libro.
Concludiamo con un tema che sta a cuore ai nostri lettori: lei, da autore affermato, cosa consiglierebbe agli aspiranti scrittori di narrativa horror?
Di cambiare il cognome in uno statunitense come facevano i registi italiani negli anni Settanta, oppure espatriare.
Perché?
L’horror non lo pubblica nessun editore importante. Lo fanno soltanto i piccoli editori. In Italia scrivere horror è un po’ come vendere gelati al polo. (Rubo la battuta al mio amico Danilo Arona, che è un ottimo scrittore horror.) Insomma: datevi al giallo, al noir o alle storie d’amore adolescenziali.