sabato 29 marzo 2008

L'Urlo e il Sorriso- M. Monego E. Campofreda

  • L’URLO E IL SORRISO
  • di E.CAMPOFREDA e M.MONEGO

Opera prima di Enrico Campofreda, giornalista pubblicista romano, e di Marina Monego, letterata veneziana, “L’urlo e il sorriso è una raccolta di racconti (venti) dedicata alle memorie d’infanzia e d’adolescenza non soltanto dei due autori, ma della nostra Repubblica. Qui troverete, e riscoprirete, l’Italia cristallizzata nel momento del boom economico; del passaggio dalla vita nei campi, o sulla strada (comunque: all’aperto) all’ingresso dei primi fondamentali elettrodomestici. La categoria di riferimento è senza dubbio il neorealismo. Scrive Ferroni a proposito del neorealismo, dopo aver evidenziato le sue origini cinematografiche: “Subito dopo il 1943 esso si estese anche all’ambito letterario, con varie oscillazioni e sovrapposizioni con altri termini (come realismo in generale, socialrealismo e più tardi anche realismo socialista): chi lo prendeva in accezione positiva sottolineava la novità del fenomeno e insieme il suo collegamento con la grande tradizione ottocentesca (…); chi lo prendeva in accezione negativa ne sottolineava il carattere occasionale, troppo legato alla cronaca immediata, e gli opponeva l’ipotesi di un realismo più maturo e cosciente” (“Storia della Letteratura Italiana”, Il Novecento, p. 386). In comune con la categoria l’uso circostanziato e semplificato dei dialetti; la sensibilità nei confronti della condizione piccolo borghese o proletaria, popolare in genere; naturalmente, l’epica minima del periodo postbellico. Considerando le passioni dei due autori – ribadite in una serie di articoli – nei confronti rispettivamente di Pasolini (C.) e Pavese (M.), direi che il quadro si chiarisce senza particolari difficoltà e senza nessuna evidente contaminazione con altri generi, eccezion fatta per una incursione nel fantastico popolare (spettri di campagna) di gusto romantico. Il testo tiene sulla base di questi presupposti; come opera neorealista e chiaramente minimalista, caratterizzata da un’efficace ripetizione di bozzetti (post-verghiani) dell’Italia che è stata e che non si può dimenticare, nella sua splendida e generosa povertà e nella sua incredibile voglia di vivere e di risollevarsi. È una raccolta di racconti che potrebbe riscuotere consensi nelle scuole medie inferiori e superiori, come supporto didattico, per raccontare la storia della maggioranza assoluta del Paese, in quelle decadi; popolare, cattolica e comunista, vitale e vincolata alla poesia delle piccole cose. È una raccolta che potrebbe, in altre parole, mostrare – in emblematica differita – una fotografia in bianco e nero dell’Italia: in questo senso, riveste un interesse più storico e documentaristico che letterario, sic et simpliciter. In questa direzione sono andati Campofreda e Monego, rinunciando a dichiarare la pur riconoscibile paternità delle opere pubblicate: quasi fosse un canto popolare, un’opera a quattro mani ideata a priori e non una raccolta di prose composte in anni e città differenti, assemblata e amalgamata a posteriori. La scelta, esteticamente e ideologicamente, è comprensibile e plausibile; supportata dall’adozione di una sovrastruttura – titoletti dedicati a “campagna” o “città” – che accompagna ogni racconto. La campagna diventa città: la plastica prende il posto dell’alluminio. La televisione, intanto – come annota Arace nella prefazione – uniforma linguisticamente la Nazione omologandola culturalmente. Oggi ne paghiamo le nefande conseguenze. All’epoca non credo si potessero nemmeno congetturare. La campagna diventa città, e la città versa cemento sulla terra; a Roma è l’epoca delle grandi costruzioni dei palazzinari, ma è ancora il tempo in cui Alberto può mettersi in tasca le lucertole e tenere al riparo dalle velleità di “orrendo olocausto” (p. 8) degli amici. A Venezia si gioca nel bosco a pallone; ragazzini e ragazzine s’incontrano per dividere una crostata, ciascuno al suo posto; oppure costruiscono un castello sulla sabbia. E magari due amichette corrono nel tunnel verde del campo di mais, nemici unici gli insetti, la polvere e le foglie. Ancora: corse tra zolle e zolle, e scivolate sul ghiaccio. Piccoli incidenti che stabiliranno complicità, e segreto agli adulti. Arriva anche il treno, le rotaie attirano e fanno paura. Ci puoi giocare ma con cautela, al limite bruci qualche monetina. A Roma si va a rubare il melone di Don Guarino, perché è il più buono e il più grosso; è proibito da leggi anche non scritte, firmate dal popolo, ma a quella tentazione non si resiste. La scuola ne esce male: maestre sanremesi confondono “cinguettii” con “cinquettii”, pronte a difendere l’errore sino all’irrichiesta prova del dizionario, e nostalgici del regime addestrano i giovani maratoneti a scaldarsi col cognac. Il ghiaccio si compra, mancano i frigoriferi; si compra a blocchi, e bisogna sbrigarsi a portare il gelo a casa… e quando in borgata c’è qualche coatto che vuole menare, si va in palestra a tirare di boxe. In Veneto si ripetono antichi riti contadini; si bruciano le cose vecchie – magari libri di Matematica – per salutare la vita che cambia, ché si va all’Università; a Roma i ragazzi di via Arena organizzano un’Areniade mentre a Città del Messico la polizia spara sui dimostranti, la televisione non ne parla (p. 69). Altri organizzano una visita (con doni: i coppertoni da bruciare) alle mignotte, per scoprire almeno com’è fatta una donna. Questi sono una buona parte degli argomenti dei racconti, proposti dai due autori in maniera magari malinconica ma non nostalgica. La lingua di Campofreda mostra maggiore sensibilità nei confronti della presa diretta del dialetto, raccontando una Roma, quella di borgata, di pasoliniana memoria; lo stile, a metà tra gran giornalese alla Brera e letterario, non è estraneo a preziosismi (cfr. “Meloni a ferragosto”) e spesso, nella narrazione, si registrano improvvisi “movimenti di macchina”: si cambia protagonista, raccontando un’altra storia o l’epilogo della storia stessa con altro taglio. Immagino significhi che il protagonista è il popolo. L’impatto, talvolta, spiazza (cfr. “Calciatori”: Alvaro e Nando, i fratelli ex poliomielitici, perdono la scena per lasciare spazio a un innamorato del pallone e a un torneo prossimo a venire) ma i significati mi sembrano chiari. La lingua di Marina Monego è piana ed equilibrata, e molto descrittiva; protagoniste delle sue vicende, tendenzialmente, amiche o una ragazzina: si riconosce più facilmente la trasfigurazione di esperienze personali, per questa via, e la prima persona tende a fare capolino tra le righe. I due stili – e le due lingue – si incontrano con efficacia, offrendo un doppio spaccato, periferico capitolino e veneziano e mestrino, accattivante e divertente. “L’urlo e il sorriso” si lascia leggere in poche ore e rimane impresso: subentra il desiderio di tornare in cerca di luoghi che non più esistono se non nella provincia e nelle campagne, è naturale comparare la società contemporanea con quella del boom; siamo tecnologicamente evoluti e i servizi sono estremamente migliorati, pur restando mediocri: e tuttavia siamo distanti perché stentiamo a riconoscere innocenza e ingenuità nel nostro tempo. Qui ne troverete tanta, e non vi dispiacerà: è facile riconoscerla, difficile era cristallizzarla. Da leggere. Scrive – a proposito del libro – Marina Monego: «Ho scavato tra le memorie della mia infanzia e i ricordi sono emersi l’uno dopo l’altro talvolta nitidi, talvolta nebulosi e frammentari. Confrontandoli con la realtà mi sono resa conto che molto era cambiato con gli anni: tanti paesaggi ormai erano irreperibili, le campagne erano state lottizzate e ricoperte da schiere di villette e da capannoni industriali, il prato dei giochi, rimasto intatto per anni, ospitava ora una piscina e le fattorie dei contadini giacevano diroccate e deserte, mute testimoni di una civiltà sparita. Certi divertimenti e certe libertà erano ormai precluse ai ragazzi di oggi, che li trovavano stravaganti e lontani. Il ricordo non poteva andare perduto: bisognava dargli una voce e tramandarlo, non per lodare il buon tempo antico, ma perché la memoria è fondamentale, contiene le nostre radici, le origini, può aiutarci a capire quel che siamo diventati e forse quel che diventeremo. Una persona senza memoria è perduta, non c’è possibilità di dialogo e d’interazione, la dimenticanza crea confusione mentale, nulla si distingue più. Un popolo senza memoria rischia di smarrirsi e di ignorare da dove proviene e dove vuole andare. Riscoperta dunque delle radici, ma non solo. Nella dimensione del ricordo e dell’infanzia tutto si colora e si dilata, interviene la fantasia a correggere, a raccontare non solo quel che si è fatto – avremmo altrimenti una serie di fotografie del passato – ma quel che si sarebbe voluto fare e i luoghi si modificano, si trasfigurano e lasciano spazio agli inneschi narrativi. Nell’infanzia sono accaduti fatti fondamentali: hanno plasmato il nostro io attuale, allora non ce ne rendevamo conto, ma attraverso giochi, filastrocche, violazioni del divieto, liti, complicità, crescevamo. La campagna o la città diventavano emblemi, tappe di un itinerario, simboli di un particolare momento della nostra vita e, di riflesso, della società tutta, quella società del boom economico e della speculazione edilizia, che avrebbe stravolto modi di vita sedimentati da secoli. Tra città e campagna si muovono bambini e bambine o adolescenti alle prese con i divieti genitoriali, le leggende del passato, le amicizie esclusive e le liti che fanno crescere. I protagonisti sembrano compiere gesti minimi, che tali appaiono solo al mondo degli adulti, per i ragazzi sono importanti ed emblematici, costituiscono avventure di cui vantarsi con gli amici. La campagna è quella veneta, con le ampie distese di mais e i filari di pioppi all’orizzonte; la città è Venezia, fatta d’acqua, pietra e di giardini nascosti, ricca ancora di vita popolare in calli e campielli. Di mezzo c’è Mestre, volutamente ignorata, paese grigio con ambizioni di città, cresciuto in fretta e senza piano regolatore. Mestre è il non-luogo nei racconti, non ha valenza simbolica, non ha colore, manca di bellezza. In questo dualismo città/campagna si muove soprattutto Flavia, personaggio ricorrente, alter ego infantile: timida, sorvegliatissima dalla famiglia, Flavia cresce tra due realtà, rischiando di non appartenere totalmente a nessuna. Sradicata da Venezia in tenera età, ne serba la memoria per sempre, ma non può ignorare le voci degli avi contadini e montanari, né quel dialetto di Terraferma imparato e parlato di nascosto dai genitori, né il fascino che la campagna, in qualunque stagione, esercita su di lei. Vive sospesa, chiedendosi spesso se e a quale mondo appartenga. Luogo-simbolo della memoria è spesso la casa contadina, grande testimone di ere passate e di generazioni antiche. È motivo di tristezza vederla abbandonata (e fa riflettere sullo spopolamento delle campagne, che non davano più da vivere, costringendo la popolazione a spostarsi verso le mortifere fabbriche di Marghera). È stato naturale scrivere questi racconti e poi accostarli a quelli di Enrico, più connotati storicamente, ma non privi della stessa dimensione evocativa di un periodo passato e di un’infanzia ricca di avventure. Così ritroviamo da un lato le gare di “campanon” tra bimbe veneziane e le “Areniadi” dei ragazzi romani di borgata, o il piccolo Alberto affascinato dalle lucertole tanto da riempirsene le tasche e l’armadio e le bambine che s’avventurano nella traversata di un campo di mais. L’una vicenda fa da contrappunto all’altra, pur nella diversa collocazione regionale, delineata anche linguisticamente: insieme formano l’immagine di una realtà diversa, più essenziale, poco tecnologica, ma a suo modo, ricca».
  • Marina Monego, (Venezia, 1961), scrittrice e critica italiana, laureata in Lettere Moderne con una tesi sul Viaggiare Settecentesco. Collabora con diverse testate web.
  • Enrico Campofreda, (Roma, 196x), giornalista pubblicista, critico e scrittore italiano, laureato in Lettere Moderne con una tesi in Storia dei Partiti Politici sul movimento operaio edile nell’Italia giolittiana. Attualmente collabora con diverse testate web e con “Il Manifesto”.
  • Enrico Campofreda, Marina Monego,L’urlo e il sorriso”, Di Salvo Editore, Napoli 2007. Prefazione di Nadia Arace. ISBN 8860330122
Larga parte dei racconti erano originariamente apparsi su www.lankelot.com. Assieme, Campofreda e Monego avevano già scritto su “Le ceneri di Gramsci” di Pasolini.

lunedì 24 marzo 2008

Le Vele di Astrabat-Dissolvenze...Biblioteca Civica di Abano Terme


Biblioteca CivicaComune di Abano Terme
Assessorato alla Cultura
Settore Servizi Culturali

  • Le Vele
    di Astrabat
    romanzo di Antonio Messina
    Presentazione di Luciano Troisio
    Edizioni Associazione Culturale Il foglio

  • … una delle proposte più originali del panorama letterario italiano… l’atmosfera malinconica da Cronache marziane della prima parte e il sapore quasi lovecraftiano della seconda valgono da soli il ‘prezzo del biglietto’. (David Frati, Mangialibri)

  • Dello stesso autore la raccolta di poesie " Dissolvenze"

  • Forse non ti ho detto ti amo,
    forse l’ho sussurrato,
    poi mi sono scordato,
    ma di te parlerò domani.

  • Il suono è intrinseco alla parola che si sussegue leggera, spaesata, questuante a volte per essere raccolta e amata, ampiamente conoscitrice di altri “strumenti espressivi” all’interno dei quali trova la sua libertà e dissolvenza.
    (dalla prefazione di P. Garofalo)

  • Giovedì 27 marzo 2008 - ore 17.00
    Biblioteca Civica di Abano Terme - Ingresso Libero
    Via Matteotti, 71 - Tel. 049/8617970 e-mail: biblioteca@abanoterme.net

Mulinare di Mari e di Muri di G Lucini


  • Fortuna Della Porta
  • MULINARE DI MARI
    E DI MURI
  • LietoColle 2008 Collana Aretusa
    codice ISBN 978-88-7848-369-9
  • illustrazioni di Stefano Busonero

L’essere, il suo destino e in mezzo la metafora del mare come rappresentazione di una dimensione spazio temporale ineffabile, del troppo vasto per essere compreso ma che tuttavia viene intuito come destino ultimo che ci assorbe e in lui ci discioglie: questa mi pare essere l’idea di fondo che viene problematizzata in questa raccolta, certo senza ansia, ma come accoglimento di una intuizione o una verità misteriosa e cangiante, così come è profondo e cangiante il mare che è protagonista, in queste liriche. L’autrice ha dunque affidato a questo grande archetipo (così come lo sono la montagna, il cielo e gli altri elementi immutabili nella natura) il compito di rendere per simboli il messaggio perché “non si trova una frase a descrivere l’inesprimibile” e anche l’Io poetico cerca di uscire dal suo annichilimento proprio cercando di immedesimarsi nell’archetipo stesso, di assumerne i caratteri, il personaggio, di trasformarsi in lui….
In questo modo il mare viene quasi antropomorfizzato e l’Io poetico finisce col con-fondersi, anche fisicamente, con il mare stesso, in una sorta di continui rimandi, quasi una fusione o una con-fusione che ruota intorno a domande anch’esse cangianti, inafferrabili, inesprimibili. Il risultato è come una sospensione, un sogno da svegli. Una specie di altro-mondo, dal quale il mondo vero, che peraltro si affaccia in pochissime occasioni, viene violentemente estromesso (in Rotta cieca ad esempio) o stigmatizzato. È un mondo vuoto, sguaiato, incapace di ispirare senso. Restano le lunghe ombre della sera della vita, nella loro dura inconsistenza, che paiono alterare la percezione stessa, in una sorta di bizzarra deformazione del reale, avvertita nella dimensione spirituale e anche in quella sensoriale.

Gianmario Lucini

venerdì 21 marzo 2008

Strawberry-stop Luciano Troisio di Fortuna Della Porta

  • Luciano Troisio
  • STRAWEBERRY - STOP
  • LietoColle 2008

  • Fortuna Della Porta nasce in provincia di Salerno e lì ha vissuto per anni. Dopo la laurea in lettere per quasi un ventennio si è dedicata all’insegnamento, trasferendo nella professione l’interesse per la classicità e la parola poetica. Ha pubblicato due volumetti di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio e Diario di minima quiete, ed. LietoColle. Presso la medesima casa editrice è in stampa la nuova raccolta poetica Il Viaggio. Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Recensioni, articoli, racconti e il dramma Scacco al re sono stati pubblicati in siti specifici della rete, mentre alcune raccolte inedite, e Rosso di sera, si sono segnalate tra i vincitori o i finalisti in alcuni premi (J. Prévert, E. Morante, G.Lorca, Baudelaire, Albatros). È presente con suoi testi in numerose antologie. Collabora con piccole case editrici e con alcune riviste letterarie sia cartacee che on line. Vive ormai stabilmente a Roma.

La domanda che affiora dopo lettura è ovvia: cos’è l’altrove per Luciano Troisio. Sembra distanza geografica, la più esotica per essere il meno facilmente accessibile, ma è anche l’intervallo dalla materia oscura della psiche e della mente, in cui sedimentano le istanze-angosce-straniamenti della nostra specie, comprese quelle relative alla cosmogonia.
L’altrove rappresenta allora un doppio limite –il secondo è, appunto, quello degli abissi nel guazzabuglio personale– in cui deporre all’ormeggio la propria umanità, il fin dove si può giungere per capire.
L’occhio occidentale è esausto, portatore di un malessere profondo. L’epoca delle utopie, che dovevano risistemare il mondo e i sogni, è finita, il neoilluminismo, che supporta sempre qualche ragione di ottimismo, si è infranto sull’impossibilità di guarire l’ecosistema da malattie vere o figurate, la corsa agli armamenti giunge al traguardo cruento di conflitti replicati. Una nube –in senso proprio- oscura i cieli e i nostri polmoni. Disuguaglianze e ingiustizie sociali si accentuano.
Ma il disorientamento appartiene alla mente, che è capace di valutare il degrado oggettivo, ma soprattutto il vuoto dell’agire, ossia la conturbante mancanza per l’essere umano di prospettive e di finalità.
Nella perdita di senso e identità si scavano baratri tra il sé e gli altri, afasia che una volta si designava con una parola condivisa: incomunicabilità sia in senso orizzontale –col proprio simile- che verticale –con pulsioni e nevrosi- sempre in agguato nonostante il soccorso della terapia. Di tanto in tanto l’accidia.
Non è possibile, allora, –almeno l’artista non può- sottrarsi alla ricerca di vie alternative, spingendosi all’oltre. Il tragitto comincia proprio dove entrano in crisi i punti di riferimento e l’alto e il basso –cielo e terra- perdono di significanza e non hanno più nulla da dire.
La letteratura, è noto, si è occupata di viaggi dall’antichità. Le peripezie di Gilgamesh, quelle di Ulisse, soprattutto il nocchiero dantesco, quelle di Enea, di Marco Polo, dall’avventura non solo letteraria, mai sono mai state soltanto percorsi fisici e hanno sempre proposto il viaggio come metafora esistenziale, un interrogarsi sul mondo e sul senso del leasing terreno, come lo definisce Troisio, qui dove rispetto all’altrove e al complessivo/ tutto risulta parziale. E si deduce pure dalla citazione che lo stesso lemma altrove, qui usato più volte, appartiene di diritto a lui.
Non credo però che nell’opera in esame il percorso si vesta delle tinte della spiritualità di altri noti viaggi di purificazione e rinascita all’oriente –vedi Hermann Hesse o tutta la processione della beat generation che amava coprirsi di qualche misticismo e allargava il concetto di itinerario anche al viaggio indotto con droghe - né, pare, voglia dare l’immagine del villaggio globale dipinto da McLuhan, anzi l’oriente di Troisio è proprio luogo distante.
Piuttosto, rimanendo al periodo, mi è venuto in mente Kerouac e il suo spostarsi in avanti, in un’indaffarata ricerca di qualcosa di indefinibile, ma pur sempre ineludibile.
Quindi esistere è distanza dalla metà./ Toccarla è la fine.
Il significato della ricerca contiene allora uno scopo in sé. Fuga o sete di conoscenza, muovendosi si tiene lontano il crepitio dell’ordinario e, infatti, riprendendo il filo del quotidiano, la ruvida ripresa di contatto col mondo/ (reale?) ogni volta è un vero trauma.
In Strawberry-stop manca non solo l’illusione di trovare una possibile quiete, ma anche la foga nel descrivere. L’atteggiamento è attento, ma non emotivo. Nelle società occidentali si impara presto a gestire in solitudine l’attraversamento della frontiera. Il saggio -o il poeta o forse l’avventuroso- giunge stoicamente all’atarassia per una questione di sopravvivenza. Una cosa è certa: l’oriente-altrove non è il luogo della rivelazione, del resto il diario di viaggio non sembra annotare la fiducia di trovare alla fine sollievo. Anche lì, in un’area archeologica induista sono cresciute erbacce e vige l’abbandono. L’ironia è l’arma talora corrosiva di cui più spesso si serve Luciano per allontanare il reale, deformarlo a volte con una lente d’ingrandimento e forse avere ragione della propria disperazione. Nella migliore delle ipotesi la resa è ad un agnosticismo invulnerabile.
Per noi non è possibile arrivare a conclusioni/ non si può negare né affermare.
Le categorie, in senso kantiano, che ci contengono –vedi il tempo- non sono definibili e tali postulati, che delimitano la sua posizione rispetto al mistero, sono numerosi e seminati di tanto in tanto dall’autore nei versi in maniera anodina. Non ci sono abbandoni.
Lo sguardo è attento, la penna abile, con esiti talora di puro lirismo: sono tinte di tale bellezza da rimanere/ nell’intimo ineffabili. Simile è anche la tenera divagazione sull’uccellino cui prestano attenzione soldati nel pieno della battaglia, quando uno di essi in quell’orripilante macello di vite declama in greco antico: eos rododaktylos, aurora dalle dita di rosa.
In verità Troisio ha senso estetico sicuro, del resto se la beltà esiste per suo conto/ però deve esserci qualcuno almeno a trascriverla, mostrando una perspicacia che al minimo dettaglio osservato trova collocazione.
L’autore ha formazione classica ed essa fa capolino ovunque, nel lussureggiante lessico, dominato o domato, nel rigore esemplare e sapiente della costruzione. Rime interne, giochi di parole, un barocco sfolgorio di incisi e forme accese e qualche volta sontuose non modificano, difatti, l’impressione di una poesia naturale, persino di tanto in tanto prosastica, in piena –apparente- libertà da cappi prosodici o metrici.

Roma, 20 marzo 2008
Fortuna Della Porta

mercoledì 19 marzo 2008

Eccellente studio di Gianni Giolo sulla poetica di Luciano Troisio


STRAWBERRY – STOP” DI LUCIANO TROISIO
di Gianni Giolo

  • Gianni Giolo, laureato in Lettere classiche all’Università di Padova, ha insegnato materie classiche al liceo classico “A. Pigafetta”, e tuttora insegna latino e greco biblico all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Vicenza. Ha scritto saggi di epigrafia latina, sulla tragedia greca e sulla retorica nel mondo antico, pubblicati dall’università di Padova. Ha curato un’antologia di Aleardo Aleardi, ha tradotto le poesie di Saffo, il Fedone di Platone, La vita felice e La tranquillità dell’anima di Seneca, La Magia di Apuleio, i Dialoghi di Luciano, le Confessioni di Sant’Agostino e i Vangeli. Ha pubblicato un libro di poesie “Idilli palladiani” (Edizioni del Leone). Ha scritto “Scrittori di Vicenza”, “Lettere di Giacomo Zanella a Alvisa Dalle Ore”, “Da Zanella a Meneghello”. Collabora con giornali, periodici e riviste letterarie.

“Strawberry-stop” continua le tematiche di “Parnaso d’oriente” (edito da Marsilio nella collana diretta da Cesare Ruffato) che raccoglie gli orizzonti culturali di Troisio dal 1987 (anno in cui l’autore decide di insegnare a lungo in Università cinesi, slovacche, slovene) al 2003. Troisio ha al suo attivo una carriera accademica di primo piano. Ha insegnato nelle università di Padova, Pechino, Shangai, Bratislava, Lubiana è stato visiting professor a Tokio e a Melbourne. E’ autore di varie pubblicazioni scientifiche e sperimentali ha scritto “La ladra di pannocchie” e altri due romanzi “Tirtagangga e varie sorgenti” e “Viaggio a Ko Ciang”. Ha al suo attivo pubblicazioni scientifico/sperimentali sulla poesia italiana contemporanea: By logos (1979) , Folia sine nomine (due volumi in collaborazione con Cesare Ruffato), La trasparenza dello scriba (1981-1982), Ragioni e canoni del corpo (2001). Tra le sue sillogi poetiche “Precario” (1980), “Venticinque vettori” (1981), “Persistenza del cavallino” (1984), “I giardini della Marahani” (1986), “Prove di diluizione” (1999), “Le poetesse cinesi” (2000), “Parnaso d’Oriente” (2004).
Si definisce globe-trotter, studioso-flaneur-giramondo-girovago innamorato dell’Oriente e dell’Asia dove ama passeggiare/”bighellonare” scattando poesie-foto-istantantanee sul mondo reale, strano, esotico surreale e fantastico dell’Est.
Era proprio dei romantici la fuga nel tempo e nello spazio. Nel tempo inteso come ritorno nostalgico al passato che sembrava bello proprio perché lontano, nello spazio inteso come abbandono della vita frenetica e nevrotica occidentale per rifugiarsi nei paradisi orientali, come il poeta Novalis, oppure nei miti dell’antica Grecia, come Hölderlin, oppure nella natura vergine dell’America del sud, come Chateaubriad. Ma la fuga di Troisio non ha nulla di romantico, il suo Parnaso non ha nulla in comune con quello della mitologia greca che appare come un mundus inversus appunto per questa sua immersione nel crogiolo, nel melting pot di commistione culturali, linguistiche, etniche, storiche e politiche dell’Oriente, un Oriente frantumato, come osserva Patrizia Garofalo, da colonizzazioni, massacri, dittature, mascherate da istanze ugualitarie, che una volta si facevano chiamare “rivoluzioni culturali”.
Che differenza c’è - si chiede Paolo Rumiz nel suo libro “E’ oriente” – fra il Mediterraneo e l’Oriente? Nel Mediterraneo il diverso è vicino, mentre nell’Oriente il diverso è lontano. E nell’Oriente di Troisio tutto è lontano. Per uno come lui che vive in un quartiere triste come l’Arcella (una specie di villaggio dormitorio), uno dei più squallidi della splendida Padova, l’Oriente significa la fuga, il lontano, il diverso, l’evasione, il sogno e il mito. Come nella lirica “Tous les livres nell’unità di luogo” dedicata alla poetessa Xi Mu Rong: “Apparizione ridente. / Quinte fatate mutavano // stupore levitava illimitato il mondo / le aulenti montagne. – Nell’intermezzo tutti i libri / ho letto ormai - / aveva detto in illustre francese / doppiando il fascino del Tonchino cortese”. Scoprire l’Oriente è, in un certo senso, per Troisio è come aver letto tutti i libri, come aver raggiunto l’assoluto della conoscenza. L’Oriente gli offre visioni magnifiche e bellezze assolute come esclama fragorosamente a Bali quel turista ispano americano che continua a ripetere: “Iripetible, iripetible… sul mare al tramonto divino / del sacro tempietto / dei commoventi dorati ombrellini”. Su queste esclamazioni scontate e turistiche si eleva il canto solitario e arcano del poeta: “Voi che avete conosciuto / il celeste romitaggio di Dewi Nirartha / non tornate a Tanah Lot // i demoni marini l’hanno erosa / ora è finzione in marrone cemento. // A chi davvero ha intravisto / le ultime scintille di Dewi / tremante una preghiera: / al tramonto non tornate a Tanah Lot”.
La poesia di Troisio – osserva Patrizia Garofalo – è “un oscurantismo voluto, espresso con riferimenti ad addetti ai lavori, linguaggio misti di neologismi e di riferimenti a precedenti modalità letterarie da Leopardi a Montale, il tutto in un andamento ritmico, frammentato in sonorità dolci, metalliche, armoniose e cacofoniche”. Nelle sue poesie troviamo raffinatezze sublimi come nella lirica “La snella Tin Lin”: “Allo spartano Dipartimento Sette / di Bao Shan Lu / s’allungava un virgulto / di pruno fiammante / nella piovosa primavera di Shang Hai”, oppure versi prosaici come: “Ora come avrei fatto a tornare a casa? / Davvero spaesato nella folla preoccupato / angosciato come Manzoni nella chiesa di S. Rocco ma // ricordando che la strada aveva un nome famoso o comune / (in vietnamita) e infatti anche a Huè il mio albergo / si trovava in una via proprio con lo stesso nome / omen che assomiglia molto a vaf…” (La grande orientatrice”), oppure versi a rima cadenzata con voluta insistenza ironica e parodica: “sebbene tuttora peraltro / venga ininterrottamente molestato / qui e dovunque da molti questuanti / da mamme strazianti rumene slovacche sollazzanti / tossiche ributtanti opulente badanti / venditrici di croccanti ../ da mocciosi infestanti barocche matrone ridondanti / da finti mendicanti da infiniti truffatori e lestofanti / che ce l’hanno proprio con lui tutti quanti” (Mai usato con mignotte).
La poesia di Troisio è sempre elegante, colta, – come ben osserva Marina Monego - raffinata, talvolta preziosa, che osserva, con ironia e distacco, gli innumerevoli spettacoli dei suoi viaggi all’Est. Le sue visioni sono quadri d’oriente che divengono occasioni di poesia, emblemi, correlativi oggettivi di stati d’animo diversi. Con soave levità le immagini si snodano sfilano davanti a noi: per esempio una ruota di preghiera apre la lirica “Ovale del sosia” (“Nulla più trito / di una ruota di preghiera tibetana / una foresta di giovani capelli / della fisionomia quotidiana), oppure un insonne primo ministro riceve un politico italiano dal “buffo cappellino” (Ciù l’insonne), oppure la forza della natura esplode in una teoria di fiori e di frutti nella lirica “Cornucopia” (“Riflessione su forza invisibile / che frange la noce di cocco / e riluce il verde cuneo del germoglio // nei film accelerati apre il fiore / crepa nòccioli amplifica la zucca // attiva il seme da secoli letargico in piramidi granai azotati /7 riempie d’acqua cactacee e succulente / gonfia la gemma lunata del fagiolo”).
La poesia di Troisio è spesso paesaggio di bellezze folgoranti oppure di bruttezze orripilanti. L’Oriente è pieno di brutture e di orrori e il vero viaggiatore non deve lasciarsi coinvolgere altrimenti ne rimarrebbe schiacciato e annichilito. Come nella poesia “La passerella dei deformi”: “Mendicanti vengono a esibire carrozzelle di deformi / mutilati o bambini strazianti che possono camminare / hanno teste enormi mostruose / altri con segni di malattie terribili / miti ridenti di buon animo / (Noi cinici obesi cardiopatici che conosciamo Calcutta / non ci agitiamo per nulla / essendo sotto il controllo di betabloccanti / per non morire subito)”. Il poeta osserva tutto con occhio distaccato quasi scientifico, come afferma nella poesia “Il silenzio”: “Ignorare le cose / permette la loro trasmissione nell’integrità / conduce tra scienza e descrizione / alla diversità”. Nell’Oriente di Troisio tutto è diverso, diversa è la concezione dello spazio, del tempo, della vita, della visione del mondo, ma non per questo l’autore rinuncia alla sua identità culturale e si mostra contrario alla moda odierna di tanti giovani e non, che abbandonano la loro religione, la loro storia culturale per abbracciare altre fedi orientali. Egli sa benissimo, come ha detto Croce nel suo celebre saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani”, che “il Cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo”. Tutte le altre rivoluzioni non sono nemmeno confrontabili e paragonabili alla rivoluzione culturale compiuta dal Cristianesimo, parendo rispetto ad essa particolari e limitate. Troisio resta sempre l’europeo triste (del resto l’europeo, con tutti i secoli di storia e di civiltà che ha alle sue spalle non può non essere scettico e triste e, come ha detto Paul Eluard, gli è vietato “ridere senza ragione”). Nel mio secondo libro su Giacomo Zanella “Da Zanella a Meneghello” ho preso in considerazione il poemetto “Milton e Galileo” in cui il poeta, che è stato professore dell’università di Padova dal 1866 al 1875 (dal 1871 venne nominato Rettore Magnifico), denuncia l’arroganza dell’uomo che, tronfio della sua scienza, si è sostituito a Dio. Come canta nella lirica “Ad un’antica immagine della Madonna”: “Più non v’ha Dio, l’uom disse e re si assise / dell’universo, il volto / scolorato abbassò, né più sorrise”. Per Zanella l’uomo che ha rinnegato Dio non ha nemmeno il diritto di “sorridere” e la sua tristezza mortale incominciò quando insuperbì e si pose al centro dell’universo. Non in questo senso Troisio è un europeo triste che non sorride, ma che osserva, distaccato, le bellezze e le bruttezze orientali come quelle delle tribù Li Shu nella lirica “La valle dei Li Shu”: “era un mondo reale non fiabesco / di donne ornate di gioielli, collari / d’argento, vesti colorate. // Solo le giovani erano veramente graziose / ma timide fino a fuggire / nelle capanne al nostro passaggio. / I bambini avevano di noi terrore / e si nascondevano spiandoci / dietro la mamma”. Un mondo primordiale sconvolto dalla presenza di turisti occidentali: “Un silenzio irreale sovrastava l’alito / nebbioso della foresta pluviale / e solo qualche strano verso / riecheggiava tra i molti sovrapposti / crinali delle colline rigogliose / pavoni buceri tucani così belli e odiosi”. In questo silenzio irreale di un paesaggio forse immutato da secoli ecco la visione di un bambino in groppa a un bufalo d’acqua che appare al poeta come “un accadimento / straordinario virtuale come le varianti / impercettibili degli infiniti dipinti di bambù”.
Così anche in “Strawberry- Stop”, che prende il nome da un locale balinese (in Indonesia), in riva al lago di Bratan, all’interno di un vulcano posto sopra i mille metri, dove si coltivano le fragole, anche in un luogo come questo la vita può sembrare un sogno. “La vita è sogno” diceva Pedro Calderon de La Barca, ma per Troisio, come canta nella lirica “Sogno sul lago”, lassù sopra il vulcano sul “lago magico” gustando “tutte le combinazioni / intere con zucchero con yogurt con miele frullate / compresi i succhi più deliziosi e densi / che esistano nei sette regni…siamo stati / enormemente felici…questo è un sito rasserenante, / c’erano davvero loti ninfee / sembrava che durasse per sempre”. Qui il poeta intreccia un colloquio con “tu” che può essere una persona presente o ideale: “Sul lago magico siamo stati / enormemente felici lo sai”. E continua: “non diciamo dove siamo né chi siamo / (potremmo ad esempio essere malati) / e ancora ci rivolgiamo a te che non ricordi”. L’ultimo verso è una citazione dotta della Casa dei doganieri di Montale, dove il poeta genovese ha vissuto momenti felici in compagnia di una donna, ma ora “altro tempo”, altri eventi si sono sovrapposti nella memoria di lei a quella esperienza; il ricordo non è più un legame fra i due, solo il poeta adesso vi si aggrappa, ma per constatare definitivamente la impossibilità di un recupero del passato e la propria solitudine. Così Troisio insiste sulla labilità di quella presenza che non ricorda e la irrecuperabilità di quel tempo felice trascorso sul “lago magico”: “In verità saremmo ancora in tempo / per visitare volendo ibischi buganvillee / per stupirci della bellezza / negli orti fatati mirando nane piante secolari / colme di mandarini, di piccolissime rosse mele // ma tu se per errore ci incontri ti nascondi / ti vergogni della nostra spiacevole esistenza. / Un incantesimo ci lega siamo / il tuo infinito inespugibile rimorso. // Rimossi i giuramenti fingi / di non sapere che avevamo davvero deciso / di vedere gli affreschi insieme”. Al paesaggio marino, agitato ed emblematico della lirica montaliana, fa da contrappunto il paesaggio “magico” di Troisio che, in quel localino in riva al lago, in quell’angolo di paradiso dove si gustano deliziose bevande al miele, vede il correlativo oggettivo della sua vita vagabonda e malata e della sua solitudine che confina con l’oblio e la dimenticanza di sé: “non diciamo dove siamo né chi siamo”. Questo momento di smemoratezza e di incanto, di felicità e di rimpianto, di solitudine e di smarrimento, là, a mille metri d’altezza in quel vulcano dello sperduto oriente indonesiano, rappresenta uno dei vertici della poesia di Troisio.
Un altro sogno è rappresentato nella lirica “Sogno dell’infinita vorago” che, in uno stile ironico, svagato da prosa versificata e antilirico, il poeta descrive l’immersione da un mondo marcio e degradato in un’altra civiltà, come può succedere, ad esempio, a chi demolendo la propria vecchia casa vi trova sotto una villa pompeiana, oppure da una stanza d’albergo di Nha Trang nel fantasmagorico carnevale di Venezia guardando la CNN, oppure, tramite un truce e sanguinolento filmaccio, nella guerra del Vietnam, oppure nella scena straziante di un implume uccellino che sta per essere divorato da un enorme serpente, oppure la visione baluginante di tombe cinesi che costellano delle banali risaie, oppure quella di uccelli bianchi, simili a aironi, che spaventati si levano dalle risaie balinesi, oppure quella di una misteriosa biondina di un ristorante francese di Sihanukville che si allontana in bici e sparisce nel sole, oppure il miraggio di una misteriosa signora in nero che si avvicina e poi se ne va, allo squillo di un cellulare, scusandosi, sono tutte visioni che accadono e divengono per “amore e stupore per la vita che stiamo perdendo”.
Visioni che si alternano a considerazioni filosofiche profonde e metafisiche sull’origine dell’universo e dell’uomo e sul significato della vita umana: “passa così la vita / nella carsica astronave / che si dirige verso / qualcosa di non chiaro / che speriamo / di raggiungere / aiutati da fuori // costretti ad ammettere che esiste Qualcosa / di più vasto / e sottende complicati codici”. Davanti a quel Qualcosa (con la q maiuscola) il poeta si chiede la vecchia domanda che si poneva già Tacito nelle “Historiae”: sed mihi in incerto iudicium est, fatone res mortalium et necessitate immutabili an forte volvantur. L’universo è nato da un tratto di dadi, come osservava Einstein, oppure è guidato da un “Qualcosa” intelligente “ineliminabile”?: “forse, come la teoria dell’evoluzione / non nega Dio ma lo sposta / più in là sempre più lontano / irraggiungibile / (ma non eliminabile) // anche una sola proteina / sottende che angeli arcangeli troni / e dominazioni alludano a sfere fisse / cieli mobili lontanissimi, autogeneranti a goccia / senza più contatto in universi di ritorno / interruzione anche di affetti // nella prevedibile orbita della costante fedele cometa / che fa cadere molecole conservate / all’infinito nei blocchi di ghiaccio / giù negli oceani sprofondando / e poi buffamente riaffiorando girandosi / nell’acqua fangosa ignorando il vuoto vacuo / il massimo dell’angosciante terrore cadere”. Un passo lirico di grandiosa poesia cosmica che cerca di vagliare e riflettere sulle teorie sull’origine dell’universo, ma in una prospettiva religiosa che “non nega Dio ma lo sposta”. Altre domande riguardano la questione che già si poneva Sant’Agostino sulla natura del tempo: “non si capisce se il tempo / esiste perché c’è l’uomo che lo misura / o se esisteva anche prima dell’uomo / quando però non c’era nessuno che si ponesse la domanda”. E poi la domanda delle domande ancora più inquietante: che cos’è la vita? A questi quesiti che assillano ogni uomo che viene in questo mondo (per citare un’espressione evangelica) Montale con la sua ansia metafisica rispondeva: “non domandarci la formula che mondi possa aprirti” e si limitava a dire di poter offrire solo “qualche storta sillaba e secca come un ramo”, mentre Troisio va più in là e definisce lo scopo della nostra vita: “esistere è distanza dalla meta. / Toccarla è il fine”. Altrove affrontando il tema foscoliano del “nulla eterno” gli oppone la concezione del “Grande Programmatore” confidando nella sua infinita misericordia (tema di cui parla anche il papa nella sua ultima enciclica “Spe salvi”): “in realtà la vera vorago l’unica che interessa davvero / in questa sede, è un profondare senza fondo / come ormai si sa che esiste negli altri pianeti / quando i protagonisti vi cascano dentro per errore urlando / o finiti davvero nel tranello / nel trabocchetto dei castelli medievali / supportati dai tiranni Eccelini / dove qualcuno ha tragicamente trascorso la sua infanzia / anche l’astronauta che per una svista si allontana nel vuoto / controluce controbuio nel cosiddetto nulla eterno / è divorato da un concetto orribile di non ritorno / o, finito l’ossigeno, ritorno / nel grembo del Grande Programmatore / che ci auguriamo sia compassionevole”.
“Il viaggio all’Est di Troisio – scrive nell’introduzione il critico Giorgio Linguaglossa – assume lo stile “alto demotico” dell’intellettuale occidentale che sente da vicino la terribilità del turismo di massa, del viaggio turistico, privo di temporalità e quindi di reale accadimento: “Ho camminato lentamente per la via Tran Hung Dao. / I marciapiedi erano costellati / di fogli da cento dollari. / All’inizio non credevo ai miei occhi. / Non ne ho raccolto nemmeno uno per ricordo. / Potrebbe sembrare incredibile // invece è tutto vero: queste banconote / vengono stampate apposta / (quasi) del tutto identiche alle vere / e sui due lati, / per essere bruciate / in onore degli antenati…” Luciano Troisio proviene dalla fine del Novecento, dell’esaurimento del post-modernismo per giungere, ora, ad un singolarissimo e felicissimo stile-non-stile, uno stile “alto demotico” che assomma leggerezza e classicità, agile e rapido come si conviene ad una scrittura tutta di nervi e di tendini, fitta di inversioni e divagazioni, di pensieri e di retropensieri… Uno stile “finto”, che sa le astuzie della finzione, che riflette sulla propria impermanenza e leggerezza, sull’intima debolezza della parola poetica a porsi come rappresentazione di un oggetto, come nella splendida parabola de “L’avvoltoio indiano”: “Se ne sta l’avvoltoio sul muro del Taj Mahal appollaiato / trasmette un’idea sinistra per quanto indifferente / come potrebbe essere (quella di ) un clochard umano / discarica di infinite chances rifiutate…”.
A me quell’avvoltoio ricorda il passero solitario di Leopardi. Ma che differenza c’è fra il passero leopardiano e l’avvoltoio troisiano? Il primo “canta”, il secondo se ne sta in silenzio “appollaiato” indifferente davanti alle orribili miserie umane dell’India. Il poeta di Recanati si immedesima e si paragona al passero (“ohimè, quanto somiglia / il tuo costume il mio!”), mentre al poeta padovano quell’uccello trasmette “un’idea sinistra” e se ne distacca, come si prende le distanze da un “clochard umano”, come da una discarica o a rifiuti umani: “E’ probabile che nessuno li aiuti / ci ricordano che non possono essere / eliminati dalle nostre eleganti istantanee / come invece vorremmo”. E’ questa la “divina indifferenza “ di Troisio, turista per caso ”nei bei posti” dell’Oriente.


INTERVISTA A LUCIANO TROISIO

La tua poesia è molto suggestiva e seducente per la impalpabile e insostenibile leggerezza e ironia dei tuoi versi propri di un coltissimo intellettuale che - come europeo-triste - guarda a un mondo tanto diverso dal nostro e registra - in una poesia-prosa che tende a sliricizzare la poesia - nel suo taccuino di viaggio le impressioni di un andare-bighellonare scattando foto-liriche che colgono dei momenti irrepetibili della vita dell’Oriente.

Alcune domande:

1) La tua nuova opera è una continuazione o si distacca in qualche modo da “Parnaso d’Oriente”?
R.: Ambedue le cose. C'è in comune l'Asia. Di diverso c'è la volontà, il tentativo di scrivere versi "facili", di tradurre in poesia il diario di viaggio scritto in prosa. In questo senso Ilde Menis ha detto che sono "sceso dal Parnaso".
Quel termine ha una storia lunga, quasi legata al caso. Il direttore della collana Elleffe, Cesare Ruffato ne è buon responsabile. Nel senso che ragionando insieme su una delle sezioni della silloge, relativa ai fumetti, mi ha suggerito di intitolarla "L'Olimpo dei fumetti". Poiché in quei giorni stavo leggendo un volume settecentesco del "Parnaso italiano" a mia volta ho proposto Parnaso, ma solo per la sezione. Al momento di trovare il titolo dell'intero volumetto, appurato che doveva esser presente il lemma Oriente, Ruffato propose Parnaso d'Oriente.
2) Il mito dell’Oriente per te è una fuga dall’Occidente come facevano i romantici?
R.: Più che altro è una fuga dall' hic et nunc, dal quartiere Arcella, dal suo squallore di dormitorio (assolutamente inadatto per un insonne) in cui mi trovo isolatissimo e incapace sia di scrivere che di parlare. Infatti sono rare le occasioni che ho di parlare con qualcuno.
E' senza dubbio una fuga, una ricerca dell'Altrove, che però tende a divenire abbastanza simile al luogo di partenza. Quindi la mia è la condizione del viaggiatore occidentale, almeno di quello che non ha né la voglia, né la forza di mollare tutto, di trasferirsi per sempre, oppure di girovagare all'infinito in un itinerario casuale che non contempla biglietto di ritorno. Solo il ritorno permette l'Altrove. E l'Altrove mi permette di scrivere.
3) In cosa consiste per te il fascino dell’Oriente?
R.: Mi è più facile dire in che cosa non consiste. Distinguo l'Oriente Estremo dal Medio Oriente, che non mi interessa per nulla o quasi (il mito dell'Harem resiste, però volendo ci sono dovunque democratici bordelli, ovunque esotici). Non mi interessa né mi affascina minimamente la cultura islamica e tutto ciò che è collegato ad essa. Cerco quindi di starne alla larga. L'interesse comincia dall'India verso est, saltando il Bangladesh, verso tutta l'Indocina, l'Indonesia (soprattutto la minoranza induista).
4) L’Oriente per te è un mundus inversus dell’Occidente?
R.: La domanda ha una sua logica e specie durante il mio lungo soggiorno a Shanghai, mi sono spesso posto tale questione: in effetti dopo un anno o due di permanenza si ha la sensazione che specialmente la Cina sia un mondo speculare al nostro, che basti fare il contrario di quanto si farebbe nel Bel Paese per trovare la chiave del buon funzionamento. Una volta abbandonata dopo anni la Cina (dove non sono mai più tornato) ho capito di non aver capito, e soprattutto che per un occidentale globetrotter non esiste inversus. Semmai esiste una certa pendolarità.
5) Tu guardi le bellezze/bruttezze dell’Oriente con sguardo ironico e staccato, quasi scientifico, o ti lasci coinvolgere da ciò che vedi?
M.: Anelo, quando parto, a farmi coinvolgere. Però succede sempre più raramente. Il viaggiatore vede soprattutto bruttezze: è questo che non si dice, perché ci vuole un notevole coraggio. Il viaggiatore vero è un cinico e nello stesso tempo un amoroso. Non può ininterrottamente piangere e disperarsi per l'orrore, ne sarebbe annichilito. Solo la santità si salva, ma è rarissima, e comunque categoria a me estranea.
Il coinvolgimento dipende anche dalla capacità di vedere, che è diversa da quella di capire, ma anche da quella di guardare senza vedere. Si può essere coinvolti da un panorama, da un'opera d'arte, ma anche da una pianta, una distesa di ciottoli lavici, da un fiore superfluo, da un volto. (E' ovvio che ciò può capitare dovunque). Ancora una volta vale ripetere che "nulla succede se non viene descritto".
6) Linguaglossa definisce il tuo stile-non stile alto demotico. Sei d’accordo con questa definizione?
R.: Linguaglossa mi fa un enorme complimento e gli sono molto grato. Forse esagera nella sua generosità. Però secondo me ha centrato il nocciolo del libro (che io stesso non avevo individuato con tale forza). Ha risposto in una sola volta a molte domande. Lo dico e lo nego: qui ho voluto prendere definitivamente le distanze da un certo modo della Neoavanguardia (e dal suo concetto di impossibilità di comunicazione che ho a lungo praticato, e che si badi bene, non rinnego) per percorrere il sentiero apparentemente più chiaro della parola semplice, la quale però induce alla riflessione non semplice.
7) Il tuo sguardo è proprio di un europeo-triste che sa di poter vedere e non godere delle bellezze dell’Oriente?
R.: Non rifiuto l'etichetta dell'europeo triste, che rientra in una tradizione ben radicata in tutta l'Europa almeno degli ultimi due secoli. L'europeo è troppo vecchio per non essere triste. Come diceva un verso di Eluard: "a noi è vietato senza ragione ridere". E credo che le ragioni per ridere siano in flessione. Nello stesso tempo sono convinto che si può invece godere enormemente della bellezza dell'Oriente, però non dimenticando mai la propria condizione e la propria età. Oltre che per le bellezze naturali (per fortuna abbondanti e sublimi in tutto il pianeta) l'Estremo oriente è famoso come “cuna del mondo”. Per esso nutro un timore reverenziale, che non provo nel Nuovo Mondo.
Tengo a dire che quando sono in Oriente, sono ammaliato dallo "spirituale", dalle sontuose manifestazioni anche liturgiche di alcune religioni (che una volta i gesuiti definivano "pagane"). Ma non dimentico mai di essere cattolico (per quanto peccatore e pochissimo praticante). I monoteisti non possono scherzare. Quindi non farei mai gesti nemmeno simbolici di venerazione verso gli "dei falsi e bugiardi", come invece vedo fare con leggerezza e stupidità da molti bianchi, anche solo per una foto della ganza. Spero che siano almeno non cristiani o atei.
8) Cosa rappresenta il sogno finale di Strawberry-stop?
R.: Come per tutti i sogni la verbalizzazione è ardua: é l'amore astratto e perduto, "il posto delle fragole" come rimpianto della condizione edenica, da cui siamo stati allontanati, esclusi come indegni, o che non ci ha ammessi se non come servi, collaboratori in nero usa e getta.
E per quel minimo periodo necessario per desiderare poi all'infinito una possibilità di reintegrazione, per rendersi conto che "la felicità dipende da altri".
E' il Luogo dove l'irreversibilità si è davvero manifestata. Perfino a nostra insaputa.
9) Le tue poesie sono – come dici tu stesso – “amore e stupore per la vita che stiamo perdendo?”.
R.: Credo di essere su questa strada. Per usare le parole difficili tedesche di Linguaglossa: percorro un Umweg (via contorta, indiretta), evitando l' Holzweg "sentiero che si interrompe nel bosco".
Un famoso e amabile tedesco ha detto: "Esisto per stupirmi". Se in noi c'è stupore possiamo stare tranquilli.

a cura di Gianni Giolo

martedì 11 marzo 2008

Una nota di Luciano Troisio su "Dissolvenze"

  • Dissolvenze, di Antonio Messina.Pagg. 89 – ISBN 9788876061738
  • Prezzo: € 10,00
  • prefazione di Patrizia Garofalo
due giorni appena in questa vita danzeremo,
poi, il vento a folate, impetuoso spazzerà via la luna,
notte buia,
noi, frammenti del tempo per l’eternità”

  • Luciano Troisio: nota su "Dissolvenze"

In "Dissolvenze" la pagina di Antonio Messina, da misteriose e conclamate sorgenti, zampilla con schiettezza. L'anafora, la figura del "Vocativo" potrebbe collocarsi di diritto nell'illustre filone novecentesco, tradizionale e senza età, dell'omaggio, del canto, della lode a un'anelata indistinta figura femminile, a una diafanica amorosa, a una venerata madre perduta. Preghiera a figure dissolventi, convergenti a fuoco solo per attimi. Valori assoluti e sentimenti allusi nel sapiente bricolage dell'immagine ottica.
C'é impeto, c'è una forza che non si sofferma a considerare l'uso linguistico, i canoni da evitare o imitare. C'è ricchezza d'istinto, tipica del trovatore ruspante, autentico e irruente. Si cantano temi, si attende e si spera che tutto persista, traendo frattanto melodie dal buio. Energia permea le immagini, le concentra su contenuti privilegiati, li porge in modo diretto e nello stesso tempo (casualmente, in apparenza?) assai curato.
Un inno che è quasi propaggine dei sogni mitologici spaziali proiettati in avanti dell'autore. Un anelare a un segno duraturo che travalichi l'esile pellicola, che almeno dilazioni, se non può evitarla, la dissolvenza dello scenario globale.

  • Luciano Troisio:
    Monfalcone, Go, 1938), ricercatore del Dipartimento di italianistica dell’Università di Padova, ha insegnato nelle Università di Pechino, Shangai, Bratislava, Lubiana. Studioso, globetrotter, flaneur, i suoi campi d’attenzione sono nell’ordine: la scrittura, l’Asia, l’immagine (specialmente la fotografia e la grafica d’arte). Ha pubblicato numerosi volumi dedicati alla poesia e in prosa.

mercoledì 5 marzo 2008

Strawberry-stop Luciano Troisio

La Saletta degli Incontri della Libreria Draghi
Via Santa Lucia 11 – Galleria Santa Lucia 4
P a d o v a

www.libreriadraghi.it

Venerdì 14 marzo alle ore 17,30
Giovanni Giolo
Presenta la silloge poetica
Strawberry- stop
di Luciano Troisio




Luciano Troisio, Strawberry-stop
pp. 103- € 13,00

ed. Lieto Colle

Il libro
Diario di viaggio in poesia, riflessioni sui luoghi e gli oggetti: il Poeta racconta il viaggiatore e l’uomo con stile personale, già presente nelle altre raccolte. La narrazione in prosa versificata si fonde con la lirica propriamente detta. Non è più tempo di sperimentazioni, il Parnaso, appunto, è stato in certo modo disceso. Ciò non toglie nulla alla pura bellezza di queste pagine, in cui si intrecciano impressioni epidermiche e richiami colti, nella ricerca sofisticata del termine opportuno a creare concatenazioni di immagini (ed ecco forse svelato l’anello di congiunzione con il Troisio di Parnaso d’Oriente e di Tirtagangga).
In Strawberry-Stop tuttavia si nota soprattutto un’essenzialità dolorosa, saggia, illuminante: non solo la sostanza, il reale, sono spogliati dei manti dorati di alcune visioni precedenti, ma anche la scrittura si fa più intima, quasi introversa, pur conservando a tratti un’ironia (mai leggera) che chi ha letto l’Autore non fatica a riconoscere

L’Autore
Luciano Troisio (Monfalcone, Go, 1938), ricercatore del Dipartimento di italianistica dell’Università di Padova, ha insegnato nelle Università di Pechino, Shangai, Bratislava, Lubiana. Studioso, globetrotter, flaneur, i suoi campi d’attenzione sono nell’ordine: la scrittura, l’Asia, l’immagine (specialmente la fotografia e la grafica d’arte). Ha pubblicato numerosi volumi dedicati alla poesia e in prosa.

domenica 2 marzo 2008

Di prossima uscita... Dissolvenze

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO
Editoria di qualità dal 1999
Sito internet:www.ilfoglioletterario.it
Mail:ilfoglio@infol.it


Collana Autori Contemporanei Poesia
Direttore Fabrizio Manini

Programmazione editoriale

Nell’ambito della nostra politica editoriale volta a privilegiare opere di poesia di qualità e particolarmente innovative segnaliamo la prossima uscita della seguente silloge:


Dissolvenze, di Antonio Messina.
Pagg. 89 – ISBN 9788876061738
Prezzo: € 10,00

Dalla prefazione di Patrizia Garofalo

“due giorni appena in questa vita danzeremo,
poi, il vento a folate,
impetuoso spazzerà via la luna,
notte buia,
noi, frammenti del tempo per l’eternità”

Si avverte nelle liriche dell’autore la necessità di cogliere a pieno brevi attimi prima della corruzione del tempo; le liriche infatti non si concretizzano in un “compiuto” riconducibile ad un agito personale concluso.
Il musicante-poeta segna parole nello spartito del vivere, lo pennella, colora e gli da voce, girovago e cantore di strada sparge semi di note, dispensa minuti di respiro. Il suono è intrinseco alla parola che si sussegue leggera, spaesata, questuante a volte per essere raccolta e amata, ampiamente conoscitrice di altri “ strumenti espressivi” all’interno dei quali trova la sua libertà e dissolvenza.
L’affanno di appartenenza affiora nei paesaggi rarefatti, scossi dal vento, coperti di neve, senza consolazione, immagini desiderose di avere forma e di trovare un ruolo “oltre l’incertezza dell’amore /prendimi”.
Il tempo consuma, frammenta, sbriciola, da qui il desiderio del poeta di un ‘incisione’, di un segno che nel marmo resista al tempo, di una scultura in divenire come unico modo per eternizzare i sentimenti anche in gestualità immobili che l’autore affida al suono multicorde del vento, altro elemento questo che regola la melodia delle liriche.
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Antonio Messina, dopo la raccolta di racconti La memoria dell’acqua e il romanzo Le vele di Astrabat, vere e proprie prose poetiche, ritorna al suo antico amore per i versi con una silloge intensa, figurativa e anche surreale.