mercoledì 12 febbraio 2014

Accennni d'Autunno in Libreria


“Sì, ho scritto poesie d’amore, ho anche sognato… poi ho chiuso gli occhi e mi sono abbandonato all'aria, avevi ragione Nur, non c’è emozione più bella che abbandonarsi all'aria, chiudere gli occhi e dormire tra i cespugli di mirto, avvolti dalla luce calda delle stelle”.

FANTASTICO E ALTRI ORRORI
Accenni d’autunno di Antonio Messina
prefazione di Maurizio Cometto

Euro 12 – Pag. 125 – ISBN 9788876064807

“Piani paralleli, manipolazione, scarti di memoria; due universi distanti, quello dei Nerth così falso e corruttibile e l’altro, quello degli Elth, almeno in apparenza così bello e incontaminato; memorie, solo scarti di memorie per costruire un sogno a occhi aperti, e lui era il protagonista, pensava Isaac, mentre camminava sperando di arrivare incolume agli altopiani”. Isaac vive nella città di Anigad, in un lontano futuro della Terra. Misteriose visioni turbano le sere passate a contemplare i Sentieri della Luna e l’antica strada della Luce Fluttuante. Nur e Sireus, che sussurrano parole di speranza, fanno parte degli Elth; Nenella la sfuggente, che non concede mai risposte, appartiene ai malvagi Nerth. Finché non arriva Ekta, e allora si scopre che forse è tutta un’illusione. Che Isaac è vittima di un esperimento. Che bisogna cercare la Porta del vento e varcarla, per poter finalmente “abbandonarsi all’aria”, e trovare la pace “tra i cespugli di mirto, sotto un cielo carico dio stelle”.


I MONDI LIMINARI DI ANTONIO MESSINA

di Maurizio Cometto



Ho conosciuto i libri di Antonio Messina qualche anno fa. Ricordo di aver letto nel giro di poco tempo "La memoria dell’acqua" e "Le vele di Astrabat", rimanendone sorpreso e traendone grande piacere. Una delle varie impressioni che ne ebbi, fu di trovarmi di fronte a libri in qualche modo vivi. Questa impressione è ritornata leggendo e rileggendo "Accenni d’Autunno". Ogni volta era come se Isaac e Nur e Sireus ed Ekta mi dicessero qualcosa di più, o di diverso; che facessero cose che in un primo tempo mi erano sfuggite; che il paesaggio mediterraneo di Segesta fosse ancora più denso, profumato, assolato; e così via.

Se ogni romanzo crea un mondo, nel caso di Messina bisogna usare il plurale, e dire: mondi. Perché l’azione si svolge sempre al crocevia di più dimensioni. Le radici sono poste nella classicità, nel Mediterraneo; qui per esempio si evoca la Segesta del 413 a.C., nel corso della spedizione Ateniese in Sicilia. Ma attraverso le "Porte del Vento" ecco che si può saltare nel futuro, nella Terra del 2358, ad Anigad, città fantasma reduce da una non meglio precisata catastrofe; oppure ancora più lontano, sul pianeta Athor, nel 4358, dove i malefici Nerth tirano le fila di un esperimento che sembra volto a dimostrare la debolezza della natura emotiva caratteristica dell’uomo.

Questi mondi non sono nettamente divisi: si compenetrano, si fondono, si confondono, cercando di trovare una risoluzione e una sintesi nella mente del protagonista, Isaac.

E così l’azione non può che svolgersi su un piano metafisico. Dubbi, svolte, scelte, inganni, guerre, sono tutte messe in scena all’intersezione tra realtà concreta, sogno, e quella che potremmo definire anima. Al centro della narrazione sembra stare la necessità di fare ordine tra fantasia, sogno e realtà, contrapposta all’istinto di "abbandonarsi all’aria", di perdere se stessi in una dimensione più pura, legata alla natura e alla classicità.

In questo ambito, grande importanza hanno lo stile utilizzato da Messina, e l’evocazione del paesaggio mediterraneo.

Lo stile, con i lunghi periodi a struttura paratattica, crea un ritmo che culla come le onde del mare di Sicilia, e che potrebbe essere accostato a quello di un respiro che si calma, acquistando profondità. La lettura diviene così simile a una seduta di Yoga "Pranayama", che ha come obiettivo la presa di coscienza e il controllo del respiro. Non è un caso se l’incipit del libro recita: Chiuse gli occhi e fermò il respiro, poi li riaprì, guardando oltre il vetro appannato…, cogliendo il protagonista in un’azione che diverrà per lui una sorta di "leitmotiv".

Il paesaggio mediterraneo, evocato magistralmente, con i suoi profumi, i suoi colori, i suoi scorci naturalistici, si lega inestricabilmente alla "classicità", andando a creare quell’oasi a cui ho già accennato, che sola può accogliere e valorizzare le energie più profonde dell’uomo. Ed è soprattutto questo, che rimane dei romanzi di Messina; il profumo della macchia Mediterranea, l’incanto delle sere sul mare illuminate dalle Lampare, con le onde che cullano i pensieri. E l’impressione di un’esperienza tonificante e consolatoria per la nostra natura più profonda.

Non è solo fantascienza, non è solo fantastico; è la rappresentazione, tramite questi strumenti (e non solo), di alcuni tra i più importanti conflitti umani.

Forse aveva ragione Nur, forse era meglio chiudere gli occhi e abbandonarsi all’aria, vivere, vivere lasciandosi andare alla bellezza, così senza pensare, amando, soffrendo, senza nulla chiedere alla vita, per poi addormentarsi tra i cespugli di mirto, avvolti dalla calda luce delle stelle.




sabato 1 febbraio 2014

IN LIBRERIA CALCIO E ACCIAIO di Gordiano Lupi



 

DA FEBBRAIO IN LIBRERIA - Distribuzione ALI LIBRI -http://www.alilibri.it/

https://www.facebook.com/pages/Calcio-e-Acciaio-Dimenticare-Piombino/698709130159347
Gordiano Lupi -CALCIO E ACCIAIO - Dimenticare Piombino
Acar Edizioni – Euro 15 – Pagine 200 – Distribuzione Nazionale ALI
Introduzione di Gianni Anselmi, Sindaco di Piombino ed ex calciatore nerazzurro


Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino racconta con amore e nostalgia una storia ambientata in un suggestivo spaccato maremmano.

Aldo Agroppi era amico di sua madre, viveva in via Pisa, un quartiere di famiglie operaie, case bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale, tragiche ferite di dolore, macerie ancora da assorbire. Giovanni ricorda una foto di Agroppi che indossa la maglia della Nazionale, autografata con un pennarello nero. Era stato proprio Agroppi in persona a dargliela, all’angolo tra corso Italia e via Gaeta, in un giorno di primavera di tanti anni fa, dove la madre del calciatore gestiva una trattoria, un posto d’altri tempi, dove si mangiava con poca spesa. Giovanni era un bambino innamorato dei campioni, giocava su un campo di calcio delimitato dalla sua fantasia, imitava le serpentine di rombo di tuono Gigi Riva, i virtuosismi di Sandro Mazzola, le bordate di Roberto Boninsegna, le finte dell’abatino Gianni Rivera e la vita da mediano di Aldo Agroppi, cominciata a Piombino e conclusa a Torino”.

Dopo tanti anni Piombino era ancora una volta il centro del suo mondo. Lo Stadio Magona aveva preso il posto di San Siro, le duecento persone domenicali che seguivano la squadra locale erano il suo nuovo pubblico, anche se i dribbling si facevano sempre più rari e le azioni più lente. Giovanni si preparava con scrupolo alle gare, spingeva i giovani a dare il meglio, insegnava, come un allenatore in campo che dispensava anni di esperienza”.
“La nostra cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro, del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei primi videogames artigianali che si facevano strada. Non solo. Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del campino sterrato della parrocchia, dove sognavamo di emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento”.

“Canali di Marina dove gettare una lattina di birra o le finte teste di Modigliani, emulando i cugini livornesi dopo una scorribanda tra amici. Scogliere di Fosso alle Canne, la luna a picco su una casa diroccata che sembrava uscita dai versi di Montale, io che recitavo La casa dei doganieri, la casa della mia sera, con la tua mano stretta nella mia e aspettavo un bacio, un segno che tutto sarebbe andato bene, che non mi avresti lasciato. Nottate di libeccio con il mare che superava la balaustra in ferro battuto del Porticciolo e bagnava le mura del vecchio ospedale. Maestrale che pareva uscito da un quadro di Fattori, mentre in Cittadella mi fermavo a guardare il mare in attesa di un bacio dalle tue labbra inesperte e tremanti, quasi come le mie”.
“Soltanto a Piombino ho visto case per gli operai costruite sul mare, acciaio e salmastro cercare una strada comune, lottare per fumo e pane, ma anche amore per il mare, per scogliere incontaminate, per golfi e calette misteriose che danno riparo al sole. Sarà per questo che ho scelto di tornarci. Forse mi sento figlio di tante contraddizioni”.
 
 
 
Gordiano Lupi  (Piombino, 1960). Collabora con La Stampa di Torino. Dirige le Edizioni Il Foglio Letterario. Traduce gli scrittori cubani Alejandro Torreguitart Ruiz e Yoani Sánchez. Ha pubblicato molti libri monografici sul cinema italiano. Tra i suoi lavori: Cuba Magica – conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Un’isola a passo di son – viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Mi Cuba (Mediane, 2008), Fellini – A cinema greatmaster (Mediane, 2009), Una terribile eredità (Perdisa, 2009), Fidel Castro – biografia non autorizzata (A.Car, 2011), Yoani Sánchez – In attesa della primavera (Anordest, 2013). Tra i suoi ultimi progetti c’è una Storia del cinema horror italiano in cinque volumi. Cura la versione italiana del blog Generación Y della scrittrice cubana Yoani Sánchez e ha tradotto per Rizzoli il suo primo libro italiano: Cuba libre – Vivere e scrivere all’Avana (2009). Ha tradotto – per Minimum Fax – La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante (Sur, 2012). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it